LA STORIA

27/04/2018 - 16:23

di VIOLA GUALANDRI

«La prima volta che ho corso è stato come tornare a vivere»

Loris Cappanna: «Non posso nascondere che il mio sogno è riuscire a partecipare alle Paralimpiadi di Tokyo 2020»

«La prima volta che ho corso è stato come tornare a vivere»

Loris Cappanna come si è avvicinato alla corsa?

«Prima della mia malattia ero un tipo piuttosto sportivo, ma odiavo la corsa, la ritenevo faticosa e poco gratificante. Nel 2009, a causa di un incidente domestico, ho perso ogni speranza di tornare a vedere e, dopo un periodo difficile, nel 2013 ho deciso di riprendere in mano la mia vita e mi sono avvicinato proprio alla corsa. Ho scelto questo sport perché lo ritenevo il più semplice da praticare, bastano una tuta e un paio di scarpe. Con il tempo ho capito che anche una persona con disabilità può fare quasi tutti gli sport».

Cos’ha provato nella sua prima corsa da non vedente?

«Quando ho deciso di avvicinarmi allo sport la prima società a rispondermi è stata la Avis Forlì tramite Daniele Zattini. Si è reso disponibile a venirmi a prendere e con lui ho cominciato a fare qualche chilometro di corsa con l’ausilio di un cordino. La prima volta che ho corso è stata una sensazione unica: venivo da dieci anni d’inattività, ero sovrappeso, la malattia mi aveva messo a dura prova sia fisicamente che mentalmente. Uscire di casa è stato come tornare a vivere, un’emozione indescrivibile».

Come si svolge la sua settimana tipo di allenamento?

«Faccio 15 chilometri tutti i giorni, che diventano anche 30 quando devo preparare una maratona. Sono fortunato perché ho più atleti guida che mi accompagnano e che si alternano tra loro in base agli impegni. Inoltre il mio sponsor mi ha donato un tandem che, unito agli allenamenti in piscina, mi permetterà di cimentarmi il prossimo anno nella disciplina del Triathlon».

Che rapporto ha con le sue guide?

«Le mie guide con il tempo sono diventate quasi dei fratelli. Tra noi c’è grande affiatamento, oltre a prestarmi la vista durante la corsa devono stare attenti alla mia e alla loro incolumità, siamo un tutt’uno».

Che effetto le fa essere diventato uno dei testimonial più belli di questo sport?

«Questa cosa mi rende orgoglioso e mi gratifica. All’inizio andare nelle scuole e nelle comunità a parlare della mia vita mi creava imbarazzo, oggi spero che raccontando la mia esperienza il mio esempio possa essere utile».

La famiglia la segue nelle gare?

«La mia compagna Denise e le mie figlie Giulia e Sofia sono le mie prime tifose. Oltre che supportarmi mi sopportano accompagnandomi nelle gare che faccio in giro per l’Italia. Ormai anche loro sono appassionate di corsa».

La sua giornata tipo?

«Mi divido tra la corsa, la piscina e i miei impegni come testimonial. Insieme ai miei atleti guida ho creato l’Associazione di promozione sociale “Non ho paura del buio”, che ha lo scopo di portare aiuto e luce a persone in difficoltà. Compatibilmente con i nostri mezzi aiutiamo altri ragazzi non vedenti, la disabilità è una risorsa che non deve essere sfruttata ma tutelata».

C’è un atleta a cui si ispira?

«Giorgio Calcaterra, il più grande ultramaratoneta degli ultimi tempi, dodici volte campione della 100 km del Passatore. Ho anche avuto l’onore di correre con lui una gara a Faenza, una grande persona».

Prossimi impegni?

«Domenica 6 maggio al Pala De Andrè a Ravenna, si terrà l’iniziativa podistica “Corri con gli occhi di Loris”, una manifestazione promossa da Danny Frisoni e la Uisp Ravenna. L’esibizione prevede la formazione di coppie unite dal cordino che si alterneranno tra la corsa al buio, grazie a delle mascherine, e atleta guida».

Obiettivi sportivi?

«Non posso nascondere che il sogno è la qualificazione per le Paralimpiadi di Tokyo 2020».

Cosa le manca di più della vita prima della malattia, e cosa ha imparato da questa?

«Mi mancano le piccole cose che prima davo per scontate, come vedere un prato in fiore o i colori della primavera. La cosa che in assoluto mi manca di più è vedere il volto dei miei famigliari, della mia compagna e delle mie figlie, non poterle vedere crescere. D’altra parte la mia disabilità mi ha donato la concretezza, l’essere forte, la capacità di superare difficoltà costanti e quotidiane. Grazie a questo posso condurre un’esistenza più che dignitosa. Non bisogna mai abbattersi perché la vita va affrontata a testa alta».

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