PODISMO

14/01/2018 - 17:58

di MARGHERITA MAGNANI*

«Voglio raccontarvi la sensazione unica di correre in Kenya»

«Quasi tutto dicembre ad allenarmi a 2.400 metri in un altro mondo e insieme ai migliori atleti: è un tipo di esperienza che ti apre nuovi orizzonti»

«Voglio raccontarvi la sensazione unica di correre in Kenya»

Ho deciso di trascorrere praticamente tutto il mese di dicembre in raduno in Kenya per una durata complessiva di 25 giorni. Prima d’ora non mi ero mai recata in raduno in questo periodo dell’anno, ma l’ho trovata un’esperienza molto costruttiva.
“Home of Champions”
È stata la mia seconda volta in Kenya dopo il mio primo viaggio in marzo, la prima in assoluto nella cittadina di Iten, ribattezzata “Home of the Champions” proprio per la grande presenza di atleti che vivono e si allenano costantemente in questa località. Iten si trova a circa 40 Km da Eldoret, la città principale della parte ovest del Kenya (nonché la quinta città di tutto lo Stato) e può contare circa 20.000 abitanti, di cui una buona metà atleti.
Mi sono recata in Kenya per questo raduno a titolo personale (non indetto dalla Federazione Italiana) con il mio tecnico Vittorio Di Saverio, il mio compagno di allenamento e di società Yassin Bouih, i compagni di squadra Andrea Lalli e Ahmed Abdelwahed e il millecinquecentista del C.S. Esercito Joao Busotti. Alloggiavamo presso il “Tahri Athletic Center”, un training camp creato dall’atleta francese Bob Tahri (medaglia mondiale ed ex primatista europeo dei 3000 siepi). Il nostro Training Camp si è rivelato sin da subito particolarmente e il clima (media di 20 gradi) congeniale al periodo di “lavoro” che ci accingevamo a svolgere.
Corsa a 2.400 metri
Il mio primo impatto con l’allenamento a Iten è stato particolarmente duro e la prima settimana si è rivelata molto più impegnativa rispetto a quanto potessi immaginare. La quota (2.400 metri sul livello del mare) ha sicuramente avuto la sua incidenza, così come i percorsi ampiamente “muscolari” e su terreni sconnessi.
Una volta superato lo scoglio iniziale, nel giro di qualche giorno mi sono adattata nel vero senso della parola e le strade a schiena d’asino, le pietre, i sassi, il sali-scendi continuo e gli svariati bagni di polvere al passaggio del camion di turno erano diventati una normale routine.
In Kenya, infatti, l'allenamento principale viene eseguito alla mattina, mentre nel pomeriggio si svolge solitamente un allenamento piuttosto easy. Due volte a settimana ci recavamo in pista e quella più vicina era circa a mezzora di pulmino (ovvero il “matatu”, il mezzo tipico di trasporto in Kenya), nella località di Tambach. Questa pista, come la maggior parte delle piste in Kenya, è interamente in terra rossa e se da un lato può essere positivo per il discorso muscolo-scheletrico, dall’altro, quello della performance, è comunque più difficoltoso lo sviluppo di ritmi particolarmente veloci in assenza di una risposta elastica.
Il Chapati, piadina d’Africa
Per quanto riguarda l’alimentazione, non ho riscontrato nessun tipo di problema. Anzi, i piatti tipici della tradizione locale li ho trovati particolarmente salutari e gradevoli. La fortuna poi ha voluto che il Training Camp in cui alloggiavamo, essendo di gestione europea, poteva contare anche su un bravissimo chef che, pur essendo keniano, aveva lavorato per lungo tempo in diversi ristoranti italiani e francesi.
La cucina keniota è semplice, saporita e non eccessivamente speziata, composta da numerose specialità di carne e vegetali. Mangiavamo molto frequentemente il Chapati, che non è altro che una sorta di piadina sottile realizzata con un impasto di farina, da farcire con carne oppure fagioli e verdura, o talvolta l’Ugali, la tipica polenta keniota senza sale e macinata più finemente.
Anche la varietà di carne era piuttosto ampia e oltre al classico pollo (Kuku), ho avuto modo di assaggiare anche carne di pecora, capra o montone.
Questa esperienza e questo periodo di allenamento si sono rivelati molto utili per me, sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. So di aver svolto un buon blocco di lavoro e so che a certi livelli, per poter fare quell’ulteriore salto di qualità, sia sempre più essenziale svolgere questo tipo di esperienze, che ti permettono di confrontarti costantemente con gli atleti e le atlete più forti al mondo, aprendoti gli orizzonti.
Jambo, tutaonana Kenya!
(*Campionessa di atletica)

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