IL NAUTOFONO

13/02/2019 - 09:41

di ANTONIO MATURO *

Suoni solidi fatti di nebbia

Suoni solidi fatti di nebbia

Il nautofono tornerà presto a risuonare a Rimini. In questi anni, i riminesi avevano espresso più volte disappunto e malinconia per la perdita di quel suono ormai arcaico apprezzato da più generazioni. Quando c’era lo davamo per scontato, quando lo abbiamo perso ci siamo resi conto di quanto fosse importante nella nostra vita – un po’ come un grande amore. Per molti, sentire in lontananza questo barrito meccanico la notte sotto le coperte era un “memo” di quanto si fosse fortunati a godere del calore della casa, lontani dalla minaccia atavica della tempesta in mare. Per molti marinai è stato – mai metafora più calzante – un’ancora di salvezza in situazioni complicate. In un mondo accelerato che cambia in modo turbolento, il nautofono, il suo suono, rappresentava un legame con il passato. Un suono solido e rassicurante, autorevole come un vecchio che ne ha viste tante ma che non vacilla, e che generosamente e autorevolmente aiuta il prossimo (bianco o nero che sia).

Ma forse, facendo della filosofia da dilettante, il nautofono ci ricordava dell’esistenza di un’altra entità. Un’aura che quando la vediamo non ci permette di vedere alcunché: la nebbia. In fondo la società contemporanea, dominata da algoritmi, immagini e connessioni è una società che ci permette di vedere tutto e prevedere tutto. Ci sono telecamere ovunque che filmano ogni persona, possiamo ritrovare le foto dei nostri compagni delle elementari con un click su Facebook, possiamo vedere in diretta se a Times Square piove. Possiamo vedere tutto (e per converso nulla, ma questo è un altro discorso). Il nautofono ci ricorda che si può fare un giro, la notte, e perdersi un po’ nella nebbia. Vedere con occhi nuovi le solite case che assumono sembianze psichedeliche. Sentire rumori felpati e ottusi, come fossero lontani pure se sono vicini. Una società a bassa definizione che ci costringe gentilmente a ascoltare i nostri passi e il nostro respiro. Della nebbia sappiamo inoltre che “Se la morte è così, non mica è un bel lavoro”. La nebbia ci costringe a riflettere sui nostri limiti. Infatti, la morte è stata espulsa dalla nostra società. Un tempo era il contrario della vita. Poi l’abbiamo rimossa del tutto: tanto possiamo vivere sulla Rete. La nebbia ci ricorda che la morte fa parte della vita. E tutti noi sogniamo di addormentarci ancora una volta col suono del nostro nautofono.

* Docente di Sociologia - Università di Bologna

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