IL RACCONTO

06/01/2019 - 13:47

di SERGIO GIORDANO *

Il Ceis come lo vedo io

Il Ceis come lo vedo io

Fu l’Italia che decise di “entrare in Guerra” ma,75 anni fa, i riminesi filo mussoliniani non immaginavano che dal cielo sarebbero cadute tantissime bombe, anche sulle loro teste.

Ordigni distruttivi incapaci di scegliere tra obiettivi strategici ferroviari e monumenti storici o rovine romane.

Non voglio riaprire qui un’analisi politica, alla ricerca dei veri colpevoli delle nostre “macerie”, ma al momento della ricostruzione del devastato Tempio Malatestiano, quando esponenti del vecchio regime camminavano strisciando lungo i muri, tanti riminesi, più o meno fortunati, iniziavano la ricostruzione delle loro case o si mettevano in fila, vicino a tantissime buche, provocate dalle esplosioni, per ricevere gli aiuti alimentari dagli ex nemici.

In quella ri-nascita l’obiettivo prioritario era di ritornare a vivere al più presto, anche attorno alle rovine dell’Anfiteatro romano, perché sia per i fascisti sia per gli ex fascisti e sia per gli antifascisti la tutela del nostro passato era meno forte dell’incertezza del loro futuro.

“Nel 1946 (fonte wikipedia): la cittadina svizzera, dr.ssa Margherita Zoebeli, nata nel 1912, soddisfò la richiesta che il sindaco di Rimini, Arturo Clari, aveva inoltrato al Soccorso Operaio Svizzero perché fosse costruita una struttura da adibire a “scuola materna e orfanotrofio per i bambini riminesi”, facendo affidamento sulla solidarietà nazionale. Forse l’iniziativa nacque dal vice sindaco riminese, Gomberto Bordoni, di orientamento socialista, il quale aveva contatti con il sindaco della città di Milano, Antonio Greppi, anch’egli socialista, che durante la guerra si era rifugiato in Svizzera e aveva potuto conoscere il Soccorso Operaio Svizzero”

Quindi furono gli amministratori riminesi del 1946 che pensarono alla necessità di una struttura “baraccata”, capace di ospitare una scuola materna e un centro sociale, e non certo la lontana Svizzera!

Margherita, che fin dall’età giovanile scelse un impegno nella lotta antifascista, iniziò così quella “mission in terra romagnola”, portandoci, oltre che legno e operai, per costruire un villaggio, anche l’intenzione di utilizzare il metodo Montessori per i bambini, provvisti di pidocchi e scarpe rotte ma privi di aiuti economici adeguati per la loro istruzione.

Nel 2019, istruire un processo politico a quel periodo riminese, ricercando documentazioni edilizie che non si trovano o forse non sono mai esistite, è molto facile ma è mia opinione, ripeto, che nel 1946, durante la ricostruzione post-bellica, l’ultimo dei problemi per “tutti” era di domandarsi cosa ci fosse ancora di antico da scoprire, sotto terra, nella zona tra via Roma, via Bastioni Meridionali, via Vezia e via Anfiteatro.

Fatta questa doverosa premessa ritorniamo ai meriti di Margherita Zoebeli che, laureatasi all’università di Zurigo, intraprese la docenza nel 1940 per poi seguire dei corsi di approfondimento in “Pedagogia Differenziale Curativa”.

Margherita ,che forse non aveva mai conosciuto Rimini, si dichiarò disponibile a continuare ciò che aveva fatto in Francia e giunse nella nostra città, nel dicembre del 1945, a capo di una équipe del Soccorso Operaio Svizzero, accettando quella richiesta del sindaco della città romagnola che ufficialmente l’aveva invitata a portarci aiuto!

Nel gennaio del 1946 arrivò a Rimini un convoglio ferroviario con il necessario alla costruzione del Villaggio e delle sue Baracche, strutture in legno e senza fondamenta, che velocemente presero forma tanto che i primi allievi, figli di riminesi, entrarono a scuola il 1° maggio del 1946.

Si legge dai documenti che: “si optò per una struttura baraccata, simile ai campi di concentramento, in quanto la situazione a Rimini era molto grave e l’intervento doveva essere rapido ma queste baracche non dovevano ricordare quelle militari e delle tredici baracche iniziali ancora tre sono funzionanti.”

Una struttura o meglio una casa pronta ad ospitare venti orfani, tra i 3 e i 6 anni, che versavano in condizioni fisiche e psichiche gravemente compromesse dai problemi che la guerra aveva portato.

In un’intervista la stessa Zoebeli dichiarò: “Casina è il nome che hanno dato i bambini alla casa dove li abbiamo accolti, tutti vittime della guerra, orfani”.

Il Progetto però, si legge, non si fermò qui ed oltre alla casa per gli orfani, si pensò anche ad una scuola materna, capace di ospitare 150 bambini che presentavano pressappoco le stesse condizioni; anche per loro era necessario farli sentire a casa dando molto valore all’ambiente circostante con piante, giardini e fiori.

E’ bene sottolineare l’assenza della cattedra, che simboleggiava l’autorità dell’insegnante, e la presenza di sgabelli e banchi caratteristici per favorire il lavoro di gruppo con lavagne mobili, oppure angoli per una ricercata solitudine (angolo della pittura, angolo delle bambole, angolo delle costruzioni, ecc...) ed ogni aula era contrassegnata con un colore (giallo, verde, rosso)

Perché mi sono soffermato molto su questi particolari ? Perché vorrei che fosse chiaro a tutti che non stiamo parlando di un abuso edilizio “privato” dannoso all’ambiente ma di un servizio offerto a tutta la nostra comunità.

Ho avuto la fortuna di nascere nel risveglio post-bellico e appartenendo ad una famiglia che aveva sempre frequentato la scuola dell’infanzia dalle Suore di S. Maria Bambina , di Via Angherà , così anche mio fratello ed io frequentammo l’Istituto religioso .

Tuttavia ho ancora dei ricordi su come m’incuriosiva “l’altra scuola”, perché osservavo gli approcci allo studio dei miei coetanei delle “macerie” del Borgo Marina, che frequentavano il CEIS, i cui genitori forse erano più laici dei miei.

Le “mie” Suore sconsigliavano il CEIS sia per un fatto di concorrenza sia perché dicevano alla mia famiglia che in quella Scuola non si usava fare il segno della croce, non si pregava, e tanto meno si leggeva nel pomeriggio la Bibbia, sottolineando con questo che non era una scuola cattolica!

Purtroppo la mia scuola cattolica, che non conosceva il metodo Montessori , sia nell’asilo sia nelle elementari (fino alle terza elementare per i soli maschietti) lasciò subito in me un segno indelebile di insicurezza.

Essendo geneticamente un “mancino”, come altri della mia famiglia, la mano sinistra veniva definita essere la “mano del Diavolo”, al contrario della destra, utilizzata per segnarci con la croce, così, ogni volta che cadevo nel peccato di scrivere con la mano sinistra, subivo delle bacchettate con una penna di ferro seguite dal relativo giro pubblicitario nelle altre aule, con la mano sinistra dietro la schiena e un quaderno aperto sulla testa!

Ero io che avevo dei problemi ad apprendere oppure esistevano dei problemi nell’insegnare ?

La definizione di “Pedagogia Differenziale Curativa”, che avevo citato all’inizio del mio racconto, sicuramente mi avrebbe meglio aiutato nel mio apprendimento in un ambiente che, pur insistendo in zona archeologica, permetteva, dal mattino alle 8 fino alle ore 4 del pomeriggio, di vivere in una classe che accoglieva anche bambini con problematiche non soltanto fisiche .

Mi riferisco a bambini con problematiche mentali, che, in attesa della nascita della figura dell’insegnante di sostegno, venivano, in quel periodo, in altre scuole, emarginati.

Nella Casine le insegnanti, sempre due per ogni classe, operavano in forma sinergica e la didattica veniva abbinata alla musica.

Ma con il trascorrere degli anni arrivò anche il “temporale” perché quelle necessità economiche che non avvertivano, ad esempio, la signorina Margherita, la signorina Elisabetta, la signorina Anna …. , ben consapevoli , fin dalla nascita del centro, di non essere inquadrate come le colleghe dell’istruzione pubblica, iniziarono ad emergere, specialmente quando il mondo politico s’inventò perfino le “Pensioni Baby” e così entrò in crisi il corpo docente che, giustamente, nelle retribuzioni, ricercavano anche la loro sicurezza economica e familiare.

Una crisi che, tuttavia, non mise mai a rischio quello spirito sempre presente nelle bellissime Feste del Villaggio, che rappresentavano e rappresentano, anche oggi, nel mese di Maggio, il raggiungimento dell’obiettivo didattico annuale.

Si sfiorò perfino la chiusura del CEIS e per evitare ciò, la Zoebeli, a malincuore, nel 1976, abbandonò la direzione del CEIS, che continuò la sua strada con un nuovo direttore, Gianfranco Iacobucci, il quale, si legge: “fu capace di interpretare i mutamenti socio-culturali di quel tempo e trovare un compromesso per far sì che il Centro educativo italo-svizzero sopravvivesse”.

Ritornando alla direttrice Zoebeli, inizialmente avrebbe voluto tenere anche degli animali, ma le fu proibito per il pericolo di infezioni .Tuttavia il vero carattere libero di Margherita si dimostrò anche in questo, dal momento che lei si muoveva, dentro il villaggio, con i suoi cani, sempre liberi, e ogni aula aveva la presenza di gatti che partecipavano da protagonisti alle lezioni.

Dal 1965 fino al 1980 ho potuto conoscere il Villaggio in modo più o meno approfondito e così ho interagito con Margherita su questa sua passione per gli animali.

Il mio maestro di pratica veterinaria, dr. Mario Aluigi, avendo i figli al CEIS, aveva ricevuto “l’incarico non retribuito” di tenere sotto controllo la popolazione felina e così, quando i suoi figli terminarono di frequentare la scuola e vi entrò mia figlia, ricevetti direttamente ,come il “passaggio delle stecca”, questa funzione sia per i cani sia per i gatti.

La “Pet-therapy”, ora, è per tutti una scienza ma sono sempre stato convinto che, oltre ad una funzione didattica, quei felini, sempre sotto osservazione, presenti nella struttura, avessero anche un pregevole vantaggio, quello di tentare di rendere positivi alla Toxoplasmosi i nostri figli nell’età infantile, evitando così le gravi problematiche infettive che il Toxoplasma gondii comporta nell’età adulta.

Quindi raccontare del Ceis non è possibile farlo senza citare ,ogni volta, la storia della cittadina svizzera Zoebeli, si potrebbe continuare ricordando anche la promessa che le era stata fatta sulla “locomotiva a vapore” , portata via, per bonificarla dall’amianto, ma mai restituita ai sogni dei bambini e della quale si sono perdute le tracce, si potrebbe analizzare la convinzione che questa scuola sarebbe diventata, per molti, una scuola elitaria, con rette non accessibili a tutti, dimenticandoci che tanti di noi, per farla sopravvivere, acquistarono perfino un mattoncino, si potrebbe sottolineare che il Sigismondo d’Oro fu assegnato al Ceis solo nel 2006 e non a Margherita, nostra concittadina onoraria dal 1963, che morì a Rimini il 25 febbraio 1996.

Tuttavia per i tanti meritati riconoscimenti che ottenne nella sua carriera e per onorarne la memoria la cosa importante, a mio avviso, che dovrebbe essere chiara a tutti è che se ci sarà lo spostamento della struttura in altro luogo questo dovrà avvenire in un luogo idoneo con l’aiuto, sia umano che economico, di tutta la città di Rimini, perché esiste un patrimonio culturale che non può essere disconosciuto da nessuna parte politica.

Un nido d’infanzia, una scuola materna, una scuola primaria, una comunità educativa semiresidenziale per minori in situazione di disagio sociale e familiare, un laboratorio per il trattamento e l’identificazione precoce delle difficoltà di apprendimento, un centro educativo per ragazzi con disturbi specifici di apprendimento e un laboratorio per la formazione e l’inserimento lavorativo di persone disabili fanno parte della nostra storia e quindi, dal Sindaco all’ultimo dei cittadini, tutti insieme troviamo una degna sistemazione che non sia mai interpretata come un “miserabile sfratto” .

(*) Medico veterinario

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