IL COMMENTO

06/01/2019 - 11:31

di ENEA ABATI

Il confine tra società civile e barbarie

Il confine tra società civile e barbarie

Sulle più popolari pagine locali di Facebook del Riminese, nel pomeriggio di venerdì, un uomo, credendo di essere nel giusto, ha pubblicato la foto del primo piano di una donna con sotto questa indicazione: “A tutti i commercianti e attività: attenzione a questa signora, consuma senza pagare e cerca di rubare”. Istantaneamente per il tribunale dei social network questa donna, a cui qualcuno ha attribuito anche “problemi di natura psicologica”, è diventata una criminale. Al contrario, fino a quando l’Italia continuerà a restare uno stato di diritto, si spera il più a lungo possibile, un criminale rischia di diventarlo colui che ha pubblicato il post in cui le attribuisce l’intenzione di rubare perché ha commesso il reato di diffamazione. Anzi, diffamazione aggravata, secondo l’interpretazione di alcuni giudici, perché commessa attraverso Facebook.

Non si tratta qui di buttare la croce addosso all’esercente che a suo dire è stato vittima di questa signora, tutt’altro. Chi subisce un furto va protetto, ci mancherebbe, e chi ruba va denunciato e condannato. Una società civile non può però permettersi di regredire al Far West. Esistono tre gradi di giudizio per stabilire se una persona si sia macchiata davvero di un reato e pertanto debba essere chiamata a risponderne.

Pubblicando sui social network l’immagine di una donna e scrivendoci sotto che è una ladra, di fatto, la si condanna all’istante. Senza prove, senza chiederle conto di nulla, senza darle alcuna possibilità di difesa. Le si rovina la reputazione e probabilmente anche la vita. Un’azione potentissima - regala il senso della vendetta istantanea, è vero - ma pericolosissima perché, oltre alle conseguenze penali soggettive, porta in dote la demolizione di una comunità che smette di basarsi sulle regole che si è data per la convivenza. Chi paga le tasse (possibilmente tutte), destina una parte dei propri soldi alle forze dell’ordine e all’amministrazione della giustizia, investendo polizia e carabinieri delle indagini e i giudici del potere di un’eventuale condanna. Se siamo arrivati al punto in cui un semplice cittadino, semplicemente perché armato di uno smartphone, si sente al di sopra di chi indossa una divisa o una toga, e sono in tanti, allora è giunto il momento di mettere un argine perché il confine tra la società civile e la barbarie è diventato troppo sottile.

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