RIMINI

05/11/2018 - 08:56

di ANDREA ROSSINI

Rimini, prof condannato a sua insaputa per furto prosciolto 30 anni dopo

Il docente ha richiesto il certificato penale per ottenere una cattedra scoprendo di essere “pregiudicato”

Rimini, prof condannato a sua insaputa per furto prosciolto in appello 30 anni dopo

RIMINI. Condannato a sua insaputa per un furto che non commise, scopre per caso di essere “pregiudicato” e, grazie a una mancata notifica scovata tra le carte ingiallite, riesce a fare riaprire il processo. Il risultato è stato il proscioglimento davanti alla seconda sezione penale della Corte d’appello di Bologna trenta anni dopo i fatti, risalenti al 1988, per intervenuta prescrizione. Una sentenza che fa tornare immacolata la sua fedina penale e gli consente di ottenere una docenza, altrimenti negata. Una possibilità di chiudere la partita con la giustizia attraverso la cancellazione di un reato lontano nel tempo che, se passasse l’emendamento del Movimento 5 Stelle (per oggi è previsto l’esame di ammissibilità, poi sottoposto alle Camere) non sarà più contemplata nel nostro ordinamento giudiziario. Buon per il cittadino che, in ogni caso, l’eventuale norma che già sta creando tensioni nella maggioranza di governo e tra gli addetti ai lavori, non sarà in ogni caso retroattiva. L’uomo è un insegnante riminese di mezza età con una specializzazione universitaria e la prospettiva di ottenere una prestigiosa docenza. Tra i documenti che era chiamato a produrre c’era anche il certificato penale generale. Una pura formalità visto che è il classico tipo che non ha preso neppure una multa e aspetta il segnale di via libera anche quando attraversa la strada a piedi. Invece dal casellario giudiziario del tribunale ha scoperto di essere stato condannato nel 1992, a otto mesi (pena sospesa) per un furto in abitazione commesso a Rimini nel 1988. Una circostanza della quale era completamente all’oscuro capace, tra l’altro, di compromettere il nuovo incarico. L’uomo si è rivolto così all’avvocato Cesare Brancaleoni. Una volta dissepolto il fascicolo si è scoperto che la condanna in contumacia nasceva dal fatto che un soggetto si era presentato alle Poste con una carta d’identità a lui intestata e aveva prelevato i soldi (due milioni di lire) contenuti in un libretto al portatore trafugato da un’abitazione presa di mira dai ladri. «Avrò smarrito la carta d’identità, è passato tanto tempo, ma di certo non ero io: nessuno mi ha mai avvertito».

Nessun riconoscimento

Non c’era stato nessun riconoscimento personale, ma tanto era bastato per arrivare, con lui assente difeso da un avvocato d’ufficio, alla sentenza di condanna. A salvare il “prof” dai fantasmi del passato è stato un cavillo: spulciando gli atti l’avvocato Brancaleoni si è accorto che la sentenza di primo grado non era stata notificata correttamente e che le ricerche dell’“irreperibile” erano viziate da un errore anagrafico. Accolto l’incidente di esecuzione, l’uomo si è visto riaprire i termini per il ricorso. Il procedimento è così ripartito. L’imputato si è presentato, a trenta anni dai fatti, davanti alla Corte d’appello: è stato prosciolto per intervenuta prescrizione.

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