AMIR

04/11/2018 - 14:45

di ROBERTO MASINI

«Sull’acqua pubblica emerge ancora l’atteggiamento anti-imprese del M5s»

«La proposta di legge in discussione? Tra gli operatori del settore c’è sconcerto perché si andrebbe a rivoluzionare tutto il sistema del comparto idrico, generando grande incertezza»

«Sull’acqua pubblica emerge ancora l’atteggiamento anti-imprese del M5s»

rimini

«In un contesto di emergenza climatica, ai cui effetti sul nostro territorio nazionale assistiamo purtroppo anche in questi giorni, credo sia positivo che si apra una discussione seria sui temi ambientali in generale e su quello del settore idrico nello specifico», lo sostiene il presidente di Amir, azienda pubblica per la rete idrica nella provincia di Rimini, Alessandro Rapone.

Lo slogan è che l’acqua deve essere gratis. Ma quanto costa in realtà l’acqua?

«L’Italia è uno dei paesi europei in cui l’acqua costa di meno, cioè circa 250 euro a famiglia su base annuale, quindi siamo sotto la media Ue (fissata a poco meno di 400 euro), mentre nei paesi scandinavi si arriva a circa 700-800 euro. All’interno del nostro paese poi vi sono differenze significative tra i vari territori (ad esempio tra le grandi città quella dove è più cara è Genova, mentre una regione con le bollette mediamente più alte è la Toscana). Quando si parla della bolletta dell’acqua poi, va tenuto ben presente che il costo a carico degli utenti non si riferisce solo alla disponibilità di acqua potabile, ma anche alla gestione dei reflui fognari ed alla depurazione. Non a caso si parla di "Servizio Idrico Integrato", perché infatti c’è una gestione circolare della materia prima (che a mio avviso dovrebbe andare oltre, con il riuso delle acque depurate a beneficio del settore agricolo). Infine non può essere tralasciato un concetto chiave: il costo che come cittadini paghiamo non è dovuto all’acqua in quanto tale, ma al servizio che riceviamo, che è molto oneroso in termini di investimenti. E quindi non ci sono scorciatoie: se non lo paghiamo attraverso la bolletta, tale costo va a gravare sempre su di noi cittadini/contribuenti attraverso la fiscalità generale».

Come funziona il circolo dell’acqua nella provincia di Rimini?

«In provincia di Rimini siamo organizzati così: l’acqua è pubblica, visto che l’approvvigionamento avviene tramite il "grossista", cioè "Romagna acqua - Società delle fonti spa" (azienda le cui quote sono totalmente pubbliche, detenute dai comuni romagnoli); le infrastrutture sono pubbliche, visto che sono di proprietà di Amir spa (azienda i cui soci sono prioritariamente i comuni della provincia di Rimini), mentre la gestione del servizio idrico integrato è garantita da Hera spa (azienda quotata in borsa, ma tra i cui soci vi sono comunque anche i comuni), che se lo è aggiudicato previa gara indetta dal regolatore regionale. Attualmente il gestore opera in regime di proroga perché la concessione è scaduta da alcuni anni ma non è ancora stata ancora rinnovata: siamo in attesa di un nuovo bando di gara (di competenza dall’autorità regolatoria regionale Atersir), dopo che quello precedente era stato bloccato guarda caso dopo il ricorso di una multinazionale spagnola, evidentemente molto interessata a partecipare. Ma nel caso la legge M5s venisse approvata si bloccherebbe tutto, visto che nella loro concezione non c’è spazio per aziende private».

Cosa prevede la legge in discussione in parlamento?

«La proposta di legge dei 5s, prima firmataria l’onorevole Federica Daga, ha come obiettivo generale dichiarato quello di portare a compimento il risultato del referendum sull’acqua del 2011 e di "uscire da logiche di mercato, perché sull’acqua non si deve fare profitto" (concetti ribaditi sul sito personale della Daga). Non ci potranno pertanto essere aziende con la forma societaria di Spa, perché a loro dire "sull’acqua non ci possono essere utili", o "dividendi da distribuire". Ora, il punto è che anche in questo settore emerge l’atteggiamento anti-imprese e nemico del mercato che spesso caratterizza il M5s. In Italia infatti l’acqua è pubblica, come lo sono pure le infrastrutture, mentre in determinati territori (sulla base di gare pubbliche europee, come stabilito dalle direttive Ue) la sola gestione del servizio è erogata da aziende private (esempio A2a Milano, Acea Roma, Hera Bologna-Romagna ed altri territori, Iren Emilia, Smat Torino). Deve essere chiaro che il settore idrico opera ad alta intensità di capitali finanziari (viste le grandi infrastrutture e le complesse tecnologie utilizzate) e umani/professionali, quindi una gestione aziendale è imprescindibile per garantire un servizio all’altezza della complessità di una società come la nostra (l’acqua è utilizzata a fini civili ma anche agricoli, zootecnici, industriali etc.). Ecco alcuni alcuni punti salienti del progetto di legge. La gestione e l’erogazione del servizio idrico integrato non possono essere separate e possono essere affidate esclusivamente ad enti di diritto pubblico. Tutte le forme di gestione del servizio affidate finora ad aziende a capitale misto pubblico-privato e privato esistenti alla data di entrata in vigore della presente legge sono trasformate in aziende speciali a capitale interamente pubblico. Abolizione dell’autorità regolatoria (Arera) ed accentramento delle attività di controllo direttamente in capo al ministero dell’Ambiente».

Cosa cambierebbe per i cittadini e per le aziende coinvolte nel ciclo dell’acqua?

«Tra gli operatori del settore c’è sconcerto perché, pur sottolineando come sia positivo discutere di acqua e salvaguardia ambientale (su questo sono d’accordo con le premesse della proposta di legge, quando si riferisce a una gestione solidale e partecipata, come pure su altri punti attinenti ai controlli e la trasparenza dei dati), si andrebbe a rivoluzionare tutto il sistema di governo del comparto idrico, con le incertezze conseguenti. Occorre consapevolezza sul fatto che quello idrico è un settore industriale a tutti gli effetti, e che per poter funzionare adeguatamente deve programmare i propri investimenti sul medio-lungo termine: in mancanza di prospettive chiare, la prima conseguenza sarebbe il blocco immediato di tutti gli investimenti, come già avvenuto dopo il referendum del 2011. Investimenti di cui invece c’è un enorme bisogno visto che la rete italiana è in gran parte vetusta e necessita di continua manutenzione per ridurre le perdite e migliorare la qualità dell’acqua. La proposta di legge inoltre non sembra tenere conto del fatto che nel nostro paese la qualità del servizio è estremamente differenziata a seconda dei territori serviti: in Romagna ad esempio abbiamo una delle migliori gestioni delle reti, con perdite inferiori al 20% (mentre a livello nazionale siamo al 40%, al sud anche oltre al 60%). Ci sono aziende efficienti che garantiscono il servizio con alta qualità delle acque, depuratori all’avanguardia e bilanci in ordine: si vogliono dunque azzerare queste realtà? Il rischio c’è. Infine una considerazione strategica: i proponenti di questa legge non possono non sapere che i servizi delle "utilities" sono liberalizzati a livello europeo (vedi il ricorso spagnolo sul bando di gara a Rimini). Se approvata, la legge comporterebbe immediatamente una procedura d’infrazione europea per la violazione della direttiva che sancisce la libera concorrenza tra aziende fornitrici (che in massima parte sono private). Forse loro si considerano già fuori dall’Europa?».

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