RIMINI

02/11/2018 - 08:15

di ANDREA ROSSINI

Processo "Aemilia", barista di Riccione condannato a 37 anni, assolti i tre riminesi

Il primo grado del processo contro la ’ndrangheta in Emilia si chiude con una stangata: ma c’è chi esulta

Proesso "Aemilia", barista di Riccione condannato a 37 anni, assolti i tre riminesi

RIMINI. Un “signor nessuno” come lo hanno definito i suoi avvocati o un importante capozona della cosca calabrese che dopo aver infiltrato l’Emilia cercava di fare incetta di bar anche in Romagna allo scopo di “lavare” i soldi sporchi della ‘ndrangheta?

Michele Bolognino gestiva di fatto un bar e una pasticceria a Riccione quando, cinque anni fa, fu travolto dal colpo di coda della maxi inchiesta “Aemilia” sulla presenza della criminalità organizzata in regione.

La “stangata”

La doppia sentenza di primo grado pronunciata martedì scorso a Reggio Emilia aiuta a schiarirsi le idee, anche se siamo ancora al primo grado di giudizio: l’uomo, infatti, è stato condannato a 20 anni e 7 mesi con rito ordinario e a 17 anni e 4 mesi con rito abbreviato nell’ambito di un secondo filone d’inchiesta. In tutto fanno quasi 38 anni di carcere. Al fratello Francesco, per il quale è stata invece esclusa l’associazione mafiosa, sono stati inflitti sei anni e dieci mesi.

Quanti in Romagna cercarono di stringere con loro semplici rapporti commerciali senza avere idea con chi avessero a che fare sono stati invece assolti con formula piena: l’imprenditore corianese Simone Poggiali, il riccionese Alfonso Gallo e il marignanese Antonio Giorgione sono infatti tra i pochi imputati rimasti indenni rispetto alla stangata del processo “Aemilia” che ha prodotto condanne per 1223 anni di carcere in capo a 120 imputati.

«Fine di un incubo”

L’unica unica “colpa” è stata quella di essere entrati in contatto con i fratelli Bolognino e di aver dato loro fiducia, senza avere mai maturato la consapevolezza di trovarsi di fronte dei criminali. Non avevano però la volontà di agevolare il tentativo di infiltrazione mafiosa, né immaginavano che le scuse che via via i Bolognino accampavano per non intestarsi formalmente le attività ormai in mano a loro nascessero dalle grane giudiziarie: non potevano figurare come titolari. Trovarsi a processo accanto a personaggi legati a una cosca di ’ndrangheta che aveva stabilito l’epicentro dei suoi affari dalla Calabria in Emilia-Romagna «è stato un incubo», secondo la definizione di Simone Poggiali, imprenditore piuttosto noto nel settore vinicolo, che era difeso dagli avvocati Alessandro Petrillo e Monica Rossi. L’accusa, per il presunto trasferimento fraudolento di beni e la presunta fittizia intestazione, aveva chiesto la pena di 4 anni. La sentenza di assoluzione restituisce serenità anche ad Alfonso Gallo (era difeso dall’avvocato Sara Lepore) e ad Antonio Giorgione. In realtà era stato Michele Bolognino a dilazionare i tempi della formalizzazione dell’acquisto dei locali e delle licenze.

Vince la legalità

A Riccione erano stati i finanzieri del nucleo di polizia tributaria delle fiamme gialle e i carabinieri della locale Compagnia, a segnalare alla Direzione distrettuale antimafia di Bologna che i due fratelli calabresi avevano messo le mani su due noti bar-pasticcerie (uno in viale D’Annunzio con annessa tabaccheria, l’altro in piazza Unità).

Attività che all’epoca dei fatti contestati, e cioè tra il 2011 e l’inizio del 2013, erano gestite da Michele Bolognino, con la collaborazione del fratello, entrambi già finito nel mirino dell’inchiesta della Dda dell’Emilia-Romagna (pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi). Quello riccionese è solo un piccolo spaccato di quanto è ormai da ritenersi provato dalle sentenza, ultima quella di mercoledì scorso: l’evoluzione della ’ndrangheta al Nord, che non spara ma ha maturato la capacità di erogare servizi (recupero crediti, false fatturazioni) avvicinare professionisti e acquistare attività commerciali in difficoltà.

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