ROMAGNA

01/11/2018 - 08:56

"Il culto dei morti è andato perduto, In troppi scelgono i fiori finti"

"È un luogo particolare il camposanto, che avvicina le persone, portandole a confidare le proprie sofferenze. Un tempo era molto più frequentato. Si è smarrito tanto"

"Il culto dei morti è andato perduto, In troppi scelgono i fiori finti"

RIMINI. Tra petali e boccioli ha visto trascorrere le stagioni, gli anni, cambiare il volto della città e mutare le abitudini della gente. Silla Fabrizi ha spento 80 candeline proprio lo scorso 26 ottobre, e almeno 50, di questi 80 anni, li ha vissuti in prima linea al banco dei fiori al cimitero monumentale di Rimini. Fiori che in occasione della ricorrenza dei “morti” tornano a ritagliarsi la propria scena nella quotidianità dei riminesi. Una scena “rubata” nel tempo dai ritmi sempre più frenetici e la minor osservanza dei riti religiosi, che richiamavano quasi quotidianamente uomini e donne di tutte le età venerare i propri defunti. A comprare garofani, rose e crisantemi, infatti «ci sono passati tutti - racconta Silla, la fiorista storica del cimitero - sindaci, avvocati, commercianti e addirittura Federico Fellini».

Signora Silla, come è iniziata la sua avventura tra mazzi e composizioni floreali?

«Era il lontano 1964 e avevo 24 anni. Io e mio marito Cesare abbiamo preso coraggio e avviato quella che a tutti gli effetti era una nuova impresa. Eravamo giovani, avevamo un bambino di due anni, e un forte desiderio di acquistare la nostra autonomia. A vendere i fiori, infatti, aveva iniziato la nonna di mio marito, Lucia, che raccoglieva le erbe nelle campagne di Rimini e le vendeva alle “signore” in piazza Tre Martiri. La svolta, però, è stata merito di Aurelia Grossi, la figlia di Lucia, che un giorno, per caso, si trovò a vendere dei “fiori azzurri”, quelli che poi erano dei fiordalisi, e si rese conto che fruttavano molto di più delle semplici erbe di campo. Così, Aurelia, detta “La Vreglia”, iniziò a commerciare rose e garofani, raggiungendo tutti i giorni piazza Tre Martiri in sella alla sua bicicletta, partendo da Santa Giustina e caricando i mazzi sul portapacchi. Io e mio marito, poi, abbiamo acquistato la licenza per esercitare il commercio al cimitero e da lì è partita la nostra avventura. D’altronde, io da giovane facevo la sarta, e il mio sogno era cucire gli abiti da sposa. Non mi sono occupata di pizzi e merletti, ma ho composto bouquet e allestito chiese e ristoranti per i matrimoni dei nostri clienti.

Ora è in pensione, eppure continua a passare di tanto in tanto, al suo chiosco. Lo fa per ragioni commerciali o c’è anche una sorta di affetto che la richiama nel luogo in cui ha trascorso gran parte della sua vita?

«Sì, ci torno spesso. A volte lo faccio per dare un piccolo aiuto, ma più spesso per ritrovare i “miei” clienti, le persone che ho conosciuto agli inizi, che hanno continuato a venire a comprare i fiori da noi per tutti questi anni. Ho incontrato persone stupende, con cui abbiamo stretto autentici rapporti di amicizia. E’ un luogo “particolare” questo, che avvicina le persone, portandole a confidare le proprie sofferenze, spesso per i lutti e i defunti che si onorano con i fiori. Ma anche i momenti felici, come i matrimoni, gli anniversari, le festività. Venire qui, per me, è come fare un viaggio indietro nel tempo e ricordare il mio passato. Se penso che quando abbiamo iniziato non c’era neanche la chiesa di San Francesco, e che anche noi abbiamo contribuito con una donazione per la sua costruzione. Poi, le ali Est e Ovest non esistevano, non c’era il sottopassaggio e al posto dei chioschi che ci sono ora c’erano solo dei banchi con gli ombrelloni e i camion, sempre esposti a sole, vento e pioggia».

E poi, qui al cimitero, si ritrova tutta la città…

«E’ vero, qui sono passati tutti. Dai sindaci, gli avvocati, i commercianti da Torre Pedrera fino a Miramare, e anche vere e proprie star come Anita Ekberg o Federico Fellini, che però ho servito più spesso a distanza, rapportandomi con la moglie Giulietta Masina».

Quanto ha visto cambiare le abitudini e le consuetudini dei riminesi nel corso degli anni?

«Moltissimo. Un tempo c’era un forte culto dei defunti, e si vendevano molti più fiori di oggi. Quando il sottopassaggio non esisteva, al momento dell’alzata delle sbarre dopo il transito del treno le persone si riversavano sui banchi a fiotti, e ammassavano le biciclette nel piazzale. Venivano tutti: mamme con i bambini, giovani, signori e signore anziani, persino le suore con le ragazzine “orfanelle”. Adesso non è più così, anche il sentimento religioso si è assopito, e i tempi sempre più concitati hanno allontanato molto le persone dall’acquisto dei fiori, anche perché bisogna averne cura, sostituirli quando si appassiscono. Per questo, oggi molti scelgono quelli finti».

A distanza di 50 anni, rifarebbe ancora la scelta di vendere i fiori al cimitero?

«Assolutamente sì, anche se è stata una vita dura. Lavorare sempre all’esterno esposti alle intemperie, con il sole e con la pioggia, il freddo e il caldo non è stato facile. Poi il lavoro quasi 24 ore su 24, per “sistemare” i fiori, prepararli per la vendita. Mio marito poi, andava in Toscana al mercato dei fiori a Pescia, vicino a Montecatini, due volte alla settimana viaggiando di notte, fermandosi a raccogliere il “verde” sugli Appennini prima di rincasare il pomeriggio seguente. E’ stata una vita dura, ma ci ha riempito di soddisfazioni: ora abbiamo una famiglia bellissima, con due figli, una nuora e un genero stupendi e 5 nipoti fantastici».

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