LA SPEDIZIONE

26/08/2018 - 18:52

di ERIKA NANNI

Missione in Africa per 20 scout

La testimonianza nella baraccopoli più grande del Kenya, dove tra i rifiuti e le baracche vivono poco meno di un milione di persone

Missione in Africa per 20 scout

RIMINI

«Storie d’impatto, occhi che parlano e voglia di riscatto. Sono alcuni degli aspetti che ci hanno colpito durante il nostro viaggio in Kenya». A parlare, sono i venti ragazzi del gruppo Scout Clan Karif del Rimini 3, di età compresa tra 17 e 21 anni, che dal 17 al 31 luglio si sono confrontati con la realtà keniota.

«Tutto è cominciato a ottobre dell’anno scorso – racconta la 18enne Ilaria Cicchetti – quando in noi è nata la necessità di ampliare gli orizzonti, rispondendo a una vera e propria vocazione, anche per dimostrare come in uno scenario spesso corrotto o devastato da conflitti ci sia ancora chi ha il coraggio e la voglia di portare un messaggio di pace e fratellanza».

I centri di accoglienza

Dopo un anno scandito dalla ricerca di autofinanziamenti e un puntuale percorso di preparazione, il 17 luglio i ragazzi sono partiti alla volta dell’Africa. «Alle 6 di mattina siamo atterrati a Nairobi. Da subito ci hanno accolto gli operatori di Koinonia, la comunità che si occupa del recupero dei bambini di strada e della loro reintegrazione nella famiglia di provenienza». «Il primo centro visitato – racconta Ilaria – è stato Mother House, la struttura che accoglie i ragazzi all’inizio del lungo percorso di riabilitazione che li accompagnerà durante la crescita. I giorni successivi abbiamo visitato altre strutture fra cui Ndugo Mdogo, Anita Home, Tone La Maji, che invece provvedono a reinserire il ragazzo nel sistema scolastico, sostenendolo psicologicamente e offrendogli l’opportunità di incontrare i famigliari». Visitato anche il centro Paolo’s Home, votato invece all’assistenza di bambini affetti da disabilità fisiche e mentali. In particolare, ad Anita Home, i giovani Scout hanno dato vita a un parco giochi per le ragazze del centro. «L’impegno e la fatica sono stati ripagati dalla spontanea felicità manifestata al momento dell’inaugurazione – commenta ancora Ilaria – felicità che nonostante la misera condizione di queste persone riesce sempre a emergere».

Tra le “vie” della baraccopoli

Esplorata dai ragazzi, anche la slum di Kibera, la baraccopoli più grande del Kenya, dove tra i rifiuti e le baracche vivono poco meno di un milione di persone. «Entrare a Kibera è come entrare in un altro mondo, l’odore non è paragonabile a nessun altro mai sentito, un misto di fogna, escrementi e putrefazione» ricorda Ilaria, ripercorrendo le tappe del lungo viaggio. «Superata la ferrovia sulla quale giungono treni carichi di rifiuti che utilizzano Kibera come una discarica a cielo aperto, ci siamo addentrati nel cuore della baraccopoli. Non siamo entrati da soli, è impensabile per un “musungu” (“bianco”, in swahili, la lingua locale). La situazione in strada è infatti surreale. Persone e animali si muovono per lo slum con una calma e una naturalezza sconcertanti, come se non si rendessero conto che vivono in una discarica». «È stata dura divincolarsi tra i vicoli della baraccopoli – riferisce la giovane Scout – ti circondano, ti stringono, dandoti l’impressione di esserti perso in un labirinto».

Tra tanta desolazione, però, uno spiraglio di luce. «I sorrisi dei bambini, un po’ per curiosità, un po’ per prenderti in giro. I piccoli ti inseguono per darti il cinque, per salutarti e chiederti come stai tra qualche risata e un po’ di stupore. Tuttavia, è impressionante vedere bambini piccolissimi trafficare a piedi nudi fra i rifiuti e le fognature dall’acqua torbida».

Rinascere dalla droga

Un’ulteriore realtà con cui i ragazzi Scout si sono approcciarti è quella di Mlango Kubwa (La Grande Porta). Si tratta di un quartiere malfamato, occupato da ragazzi di strada, uomini e donne che per sfuggire alla fame e alla sofferenza ricorrono all’uso di droghe. Quella più facilmente reperibile è la colla, sniffata attraverso bottigliette, oltre al carburante per aerei, che a lungo termine provoca effetti devastanti.

Per sopravvivere i ragazzi occupano abusivamente strutture in cemento e dormono in stanze da due metri quadrati. «Qui vive molta più gente di quanta la baracca ne possa ospitare – riferisce la giovane Ilaria, ricordando la propria esperienza –. Abbiamo conosciuto personalmente alcune di queste persone, invitandole a giocare una partita di calcio. Ci siamo sforzati di capire le loro problematiche e attraverso l’educatore Jack, abbiamo offerto loro un sostegno contro l’imminente sfratto da parte dello Stato».

Emozioni irripetibili

«Esperienze simili sono forse uniche nella vita, e di una ricchezza sorprendente» afferma Ilaria, descrivendo con poche parole le potenti sensazioni vissute durante le giornate africane. «Questo duro anno di lavoro ci ha permesso di toccare con mano storie realmente vissute, storie di coraggio, di fiducia e di speranza. Soprattutto, abbiamo visto il risultato delle azioni di chi, come noi, sceglie di conoscere il vero volto dell’Africa».

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