16/03/2014 - 11:59

«Non chiamatemi santona»: perde la causa

Chiedeva un milione e ottocentomila euro. La donna, leader spirituale di una piccola comunità, "condannata" a risarcire due ospiti minorenni

«Non chiamatemi santona»: perde la causa

RIMINI. L’avevano definita in televisione “santona” e lei, leader spirituale di una piccola comunità e già bioenergeuta e angelologa, aveva citato in giudizio per diffamazione il presidente dell’associazione riminese familiari delle vittime delle sette (Favis) Maurizio Alessandrini, e le altre persone intervenute in trasmissione.

Il Tribunale ordinario di Milano ha però rigettato tutte le sue istanze. Nel promuovere la causa chiedeva un milione e ottocentomila euro, ritenendo di essere stata danneggiata dai media e dalle persone che erano entrate a vario titolo nella vicenda. Su di lei si erano accesi i riflettori in Romagna, fin dal 2000, quando per un periodo venne ospitata a Santarcangelo da una conoscente e, secondo quanto si disse all’epoca (il caso finì anche in consiglio comunale), avrebbe fatto opera di proselitismo. Il solo a seguirla, volontariamente, fu un familiare di Alessandrini: dopo aver preso a frequentare la donna con assiduità, abbandonò famiglia, parenti e amici per trasferirsi stabilmente nel Trevigiano, in un casolare dove da allora vive una piccola comunità di persone. Proprio a seguito di questi avvenimenti il riminese Alessandrini, dette vita a una crociata contro le cosiddette “sette” e, insieme a un gruppo di volontari, fondò l’associazione di familiari che dal 2009 fa parte della prestigiosa Federazione Europea dei Centri di Ricerca e Informazione sul settarismo (Fecris), rappresentata anche nel Consiglio d’Europa e all’Onu. La donna presa di mira dal Favis è stata anche al centro di un processo per presunti maltrattamenti in famiglia nei confronti di due sorelline minorenni che erano state sue ospiti assieme alla madre. La sentenza di assoluzione in primo grado “perché il fatto non sussiste” (la mamma delle piccole era andata volontariamente nella casa-comunità e vi abitava in piena libertà) fece scalpore e l’eco della vicenda arrivò addirittura in Parlamento. Nell’aprile 2011 la Corte di Appello di Venezia dichiarò invece ormai prescritto il reato di maltrattamenti, ma la condannò al risarcimento in favore delle parti civili. Una decisione verso la quale lei è inutilmente ricorsa. La Corte di Cassazione (VI sez. penale) ha infatti rigettato la sua istanza e sottolineato in sentenza la condotta “’antigiuridica tenuta per lungo periodo di tempo (circa 3 anni) dall’imputata nei confronti delle parti lese attraverso la forzata imposizione del cibo nei confronti di una minore nonostante l’evidente intolleranza alla sua assunzione, la costrizione a mangiare di nuovo quanto da lei veniva vomitato, i continui risvegli notturni o l’assoluto impedimento al riposo per partecipare a riti salvifici, il condizionamento delle più elementari manifestazioni di vita, nonché le minacce di punizioni divine e di gravi accadimenti in caso di disobbedienza alle sue direttive”. I volontari dell’associazione Favis citati in giudizio – assistiti dagli avvocati Maurizio Ghinelli, Vincenzo Gallo e Massimiliano Angelini – esprimono soddisfazione per la decisione del tribunale milanese, ma non nascondono amarezza per le positive ma pur sempre virtuali sentenze penali che di fatto non rendono reale giustizia a vittime, all’epoca minorenni. (and.ros.)

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