RIMINI

20/04/2018 - 12:22

Ucciso con due colpi di pistola: c’è un video dell’omicidio

I carabinieri hanno fermato due albanesi per una misteriosa sparatoria ma l’arma trovata non sarebbe compatibile con il delitto

Ucciso con due colpi di pistola: c’è un video dell’omicidio

RIMINI. Le due della notte, ora dell’omicidio; due colpi di pistola; due albanesi fermati a pochi metri dal luogo dell’esecuzione. È il numero ricorrente nell’indagine sulla morte di Makha Niang, il giovane senegalese trovato cadavere sulla passeggiata degli artisti di San Giuliano mercoledì.

I primi sviluppi

Sono stati due i proiettili che hanno attraversato il corpo del lavapiatti senegalese. Lo ha rivelato l’autopsia eseguita dal professor Giuseppe Fortuni. L’ogiva mortale ha colpito il braccio sinistro, ha spaccato in due il pericardio ed è uscita dalla spalla opposta. Il cuore, ferito, ha provocato una emorragia interna massiva che lo ha ucciso in pochi secondi. La seconda pallottola, invece, gli ha spezzato in due la caviglia della gamba destra che, molto probabilmente, aveva accavallata mentre si trovava seduto sulla panchina con il cellulare in mano. Ogive che mercoledì, nel tardo pomeriggio, dopo le prime informazioni ricevute dall’esame autoptico, hanno iniziato a cercare armati di metal detector gli agenti della polizia scientifica. Una caccia ardua vuoi perché da ore la pista ciclabile era stata riaperta e quindi contaminata da decine e decine persone, vuoi perché la palla dei proiettili, non trovando grande resistenza nei tessuti molli di Makha, potrebbero addirittura essere finita nel Marecchia. I bossoli dovrebbero invece essere rimasti a terra. Il non averli trovati fa ipotizzare che siano stati esplosi con un’arma a tamburo.

La “coincidenza”

E un revolver quasi in simultanea, i carabinieri della Compagnia di Rimini, dopo un breve inseguimento, sempre nella zona di via Coletti (dove uno dei catturati risiede), lo hanno sequestrato a due albanesi ricercati per la misteriosa sparatoria della notte tra il 30 e 31 marzo a Sant’Ermete. L’unica arma da fuoco trovata durante la perquisizione non è però compatibile con quella usata per l’agguato. È infatti una 357 Magnum, quasi gemella della calibro 44 impugnata da Clint Eastwood nella saga dell’ispettore Callaghan, con proiettili corazzati. Se fossero stati quelli ad attraversare il corpo del povero Makha, non sarebbe servita l’autopsia per stabilire le cause della sua morte. Per questo, al momento, viene escluso un collegamento tra la cattura dei due albanesi e l’omicidio. Resta però il fatto che ieri pomeriggio, investigatori dell’Arma e della Squadra mobile si sono ritrovati per un’ora circa a scambiarsi informazioni, cosa “obbligatoria” in situazioni come queste soprattutto in una città delle dimensioni di Rimini, davanti al procuratore capo Elisabetta Melotti e al pubblico ministero Paolo Gengarelli che coordina l’indagine.

L’inchiesta

“Si indaga a 360°” è da sempre la formula diplomatica usata per dire che al momento gli investigatori brancolano nel buio. In verità, l’agguato, perché di tale si è trattato - Makha ha passato la sera con i due compagni di casa e poi alle 23,30 circa aveva inforcato la sua bicicletta per andare all’appuntamento con il suo tragico destino - sarebbe stato ripreso da una telecamera della zona. Esiste anche un testimone “uditivo” che ha sentito distintamente i due spari a cui però fino al tardo pomeriggio di mercoledì, quando l’autopsia è stata ultimata, non era stato preso nella debita considerazione.

Cristallizzati questi due elementi, gli investigatori ora cercano di trovare il movente. Operazione anch’essa complessa. Tutti gli amici, così come i datori di lavoro passati e presenti, hanno descritto il 26enne, sposo da pochi mesi, come un gran lavoratore, un ragazzo senza nessuna macchia, il cui unico obiettivo era quello di poter avere uno stipendio fisso da poter inviare in gran parte a casa.

Perché qualcuno gli ha dato un appuntamento per ucciderlo? Ha visto qualcosa che non doveva? Ha fatto uno sgarro a qualcuno? Un caso di odio razziale? La lista degli interrogativi potrebbe essere lunga, sempre che le immagini “rubate” dalle telecamere, oltre a mostrare la lingua di fuoco dei proiettili esplosi, non abbiano immortalato anche nome e cognome di chi ha assassinato il lavapiatti.

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