FORLI'

26/01/2018 - 11:51

di NICOLA STRAZZACAPA

Il giorno di Francesca, 30 gennaio: l'agguato dei Savi e la nascita di Mia

«Mi sembra di sentire ancora la voce di mio padre che urla "giù giù". Però mi piace pensare che quando mia figlia soffia sulle candeline spazzi via tutto il nero di quella tragedia»

Il giorno di Francesca, 30 gennaio: l'agguato dei Savi e la nascita di Mia

RIMINI. In uno stesso giorno, a distanza di 24 anni, l’orrore della morte violenta e il miracolo della vita. La barbarie di una banda di assassini e la straordinarietà del primo gemito di una bimba. La sua bimba. Non sarà mai un giorno normale il 30 gennaio di casa Gengotti. Non può esserlo. Per fortuna, dal 2012, anche nel bene. Grazie allo splendido sorriso di una piccola che fra qualche giorno soffierà su sei candeline e con la sua felicità illuminerà il ricordo di una delle pagine più nere di tutta la città.

Il 30 gennaio 1988, Rimini fu infatti purtroppo teatro di una delle più cruente tragedie della sua storia: nell’assalto alla Coop delle Celle, la banda della Uno Bianca uccise la guardia giurata Gianpiero Picello e ferì sei persone. Fra loro un uomo, la moglie e la figlioletta di 9 anni. Una bimba oggi diventata donna e a sua volta madre, per uno di quegli incredibili “risarcimenti” che ogni tanto la vita propone appunto in un altro 30 gennaio.

Siamo stati fortunati

«Almeno quella terribile esperienza per noi ha avuto pochi strascichi fisici» commenta guardando il bicchiere mezzo pieno Maurizio Gengotti sulla porta dell’asilo, mentre aspetta proprio l’uscita della nipotina per riportarla a casa.

«Quel giorno me lo ricordo ancora benissimo anche a distanza di 30 anni e sarà impossibile dimenticarlo. Anzi, dopo essere venuti a conoscenza di tanti particolari durante il processo possiamo anche ritenerci molto fortunati: i pallini che non hanno centrato le due guardie giurate, fra cui il povero Picello, hanno infatti preso noi che ci trovavamo a tre-quattro metri di distanza, ma non letalmente».

Il 64nne ha tutto ancora davanti agli occhi. «Un nostro amico che avevamo incontrato per caso lì sulla rampa della Coop è stato il primo a vedere i fucili e ci ha urlato di buttarci a terra: mia figlia più grande era con la madre e io mi sono gettato sopra la seconda di due anni e mezzo e me la sono cavata con un pallino in un braccio. Mia moglie e Francesca sono invece rimaste ferite in varie parti del corpo. Mamma mia! Sembrava di essere in un film, con i proiettili che ci passavano sopra, anche se poi abbiamo scoperto che più che una sparatoria era un assalto e sparavano solo i Savi», ricostruisce tutto con lucidità, quindi ritorna al giorno magico di 24 anni più tardi in cui è diventato nonno: «Nella concitazione del momento, in casa non ci eravamo neanche accorti subito della coincidenza. Poi qualche giorno dopo ce ne siamo resi conto ed è piuttosto singolare».

“Una festa solo Mia”

Francesca è invece a scuola, dove lavora, quando riavvolge la macchina del tempo tornando a quei secondi interminabili di cui porta con sé ancora i segni. «Mi ha fatto sicuramente molto piacere la testimonianza della vice sindaca Gloria Lisi, il suo post su Facebook in cui parla di quel giorno e di me ha rievocato un ricordo che resterà sempre in tutti noi e mi ha fatto emozionare e versare qualche lacrima» rivela con la voce ancora un po’ rotta. Prima che le gote tornino a rigarsi ancora, quando il salto a ritroso arriva alla Coop delle Celle: «Ho tanti fotogrammi che ogni tanto mi si ripresentano nella mente. Ricordo che stavamo entrando al supermercato e io salterellavo come sempre, poi mia mamma si è messa una mano al collo dicendo “ma stanno tirando ancora i petardi?” e quando l’ha guardata era tutta insanguinata. Poi mi sembra di sentire ancora la voce di mio padre che urla “giù giù” e un gran fischio nell’orecchio, quello che poi ho scoperto essere del pallino che ho sotto l’occhio e si sente pure al tatto: nel corpo ne ho otto fra il cervelletto, la mandibola e in testa (sei solo qui). Dico sempre che sono il segno di quanto siamo stati fortunati a poterlo raccontare tutti quattro. I fotogrammi successivi sono quello dei grandi fogli di scottex delle cassiere che mi tamponavano il sangue, delle grida di mia madre e dell’ambulanza».

Per fortuna, ce ne sono però anche del 30 gennaio 2012 e sono ben più belli. «Quel giorno si è realizzato il mio sogno più grande, la nascita della mia bambina che ho chiamato Mia, un nome scelto non a caso: è la gioia più grande che esiste e ha trasformato il 30 gennaio in un giorno dal ricordo solo positivo. Lei è sopra ogni cosa e mi piace pensare che quando soffia sulle candeline spazzi via tutto il nero di quella tragedia: certo, il passato non può essere cancellato, ma adesso vi si sovrappongono solamente immagini felici».

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