LA BANDA DEL TERRORE

04/01/2018 - 12:09

di ANDREA ROSSINI

Uno bianca, i Savi di nuovo insieme. Fabio e Roberto nello stesso carcere

Entrambi sono detenuti a Milano, mentre il terzo fratello, a Padova, usufruisce di permessi. L'indignazione dei familiari delle vittime: «Vergogna»

Uno bianca, i Savi di nuovo insieme. Fabio e Roberto nello stesso carcere

RIMINI. A distanza di venti anni dall’ultima volta, quando erano in gabbia assieme per i processi, i fratelli Fabio e Roberto Savi si ritrovano vicini, non proprio fianco a fianco, ma nello stesso carcere. Quanto basta per scatenare l’indignazione dei familiari delle vittime della banda della Uno bianca che oggi, come ogni anno, si daranno appuntamento a Bologna per commemorare l’eccidio del Pilastro, agguato nel quale morirono tre giovani carabinieri. «E’ una cosa molto grave – ha commentato Rosanna Zecchi, presidente dell’associazione che custodisce la memoria dei caduti sotto i colpi della gang criminale – Non si è tenuto conto che due delinquenti di quella risma lì non dovrebbero stare insieme. Ora si faranno compagnia».

I due principali membri della banda che tra gli anni Ottanta e Novanta, in un crescendo senza precedenti nella storia criminale italiana, seminò il terrore in Emilia Romagna e nelle Marche, lasciando dietro di sé venticinque morti e cento feriti, da qualche mese sono entrambi detenuti nell'istituto penitenziario di Bollate, a Milano. Non si può escludere che si siano incontrati in uno dei momenti di socialità sebbene si trovino in due diverse sezione. Ufficialmente, però, non risulta e, come fanno notare gli avvocati difensori, sarà il direttore a valutare una eventuale richiesta di colloquio da parte di uno dei due ergastolani.

È stato Fabio Savi, l’unico tra i malviventi del gruppo a non avere indossato all’epoca dei fatti la divisa da poliziotto, a “raggiungere” il fratello dopo avere peregrinato in vari istituti penitenziari italiani. Dal maggio 2016 si trovava, infatti, nel carcere di Uta (Cagliari). Poco prima dell’approdo in Sardegna la Corte di Cassazione aveva bocciato il ricorso attraverso il quale chiedeva di commutare l'ergastolo in trenta anni di reclusione. A Uta Fabio Savi aveva anche fatto lo sciopero della fame per fare ascoltare le sue ragioni: pretendeva, infatti, di essere trasferito in un istituto più grande e attrezzato per le attività. Una richiesta legittima in considerazione del fatto che qualsiasi detenuto ha il diritto di scontare la pena in modo dignitoso e secondo i principi costituzionali. Al contrario di Fabio (sempre battagliero e in discreta forma), Roberto nella sua ultima apparizione a Rimini, nell’ottobre 2013 come testimone in un processo su un traffico d’armi, è apparso invecchiato, quasi l’ombra di se stesso.

Alberto Savi, detenuto nel carcere di Padova, è l’unico dei tre fratelli ad avere usufruito di un permesso premio.

LASCIA IL TUO COMMENTO >>

Inviaci il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500

Corriere Romagna (©) - 2018 P.Iva 00357860402
logo w3c