IL CASO E' CHIUSO

28/09/2017 - 08:30

di ANDREA ROSSINI

La Cassazione mette la parola fine: «Marco Pantani non fu ucciso»

Respinto il ricorso contro l'archiviazione per «infondatezza della notizia di reato»: "inammissibilità totale". I familiari condannati al pagamento delle spese processuali

La Cassazione mette la parola fine: «Marco Pantani non fu ucciso»

RIMINI. La definizione “fake news” non era stata ancora coniata quando - nell’agosto 2014 - la “notizia” rimbalzò acriticamente sui siti e sui giornali di mezzo mondo: «Pantani fu ucciso». Eppure quell’informazione, ingannevole e distorta già all’origine rispetto all’apertura dell’inchiesta-bis sulla base di un esposto e alimentata nei mesi successivi da semplici suggestioni, mezzi mitomani e improbabili scoop, era falsa. Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione che ha dichiarato «inammissibile» il ricorso presentato dalla famiglia del campione contro la definitiva archiviazione per «infondatezza della notizia di reato» e ha «condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali».

L'epoca della post-verità

Un’«inammissibilità totale» che non lascia margini residui a Paolo e Tonina Pantani, i genitori di Marco, assistiti dagli avvocati cassazionisti Antonio De Rensis, Astolfo Di Amato e Alessandra Mezzadri. Il caso è chiuso. Ma c’è un però. Dimostrare che Pantani non fu ucciso, infatti, non è risultato difficile agli investigatori della prima e della seconda ora, ma può rivelarsi inutile di fronte a una parte dell’opinione pubblica orientata emotivamente a seguire teorie suggestive, popolari e poco interessata ai fatti. Ci sarà chi troverà nella sentenza della Cassazione l’ennesima “conferma” alla teoria del complotto e si continuerà a parlare della vicenda senza conoscere le carte processuali: benvenuti nell’epoca della post-verità.

Non c'erano dubbi

La speranza di ribaltare razionalmente le conclusioni del procuratore capo di Rimini Paolo Giovagnoli, vagliate e fatte proprie dal Gip Vinicio Cantarini, era vicina alla zero. Legata solo all’eventuale illogicità o inadeguatezza nelle motivazioni. Il decreto di archiviazione appariva invece solidissimo e si è rivelato tale. I nuovi accertamenti investigativi e scientifici hanno confermato e rafforzato l’esito della prima inchiesta affidata al pm Paolo Gengarelli: il campione morì per «l'assunzione, certamente volontaria e autonoma, di dosi massicce di cocaina e psicofarmaci antidepressivi».

Omicidio? Solo fantasie

«Quella dell’omicidio - scriveva il Gip nel proprio decreto del giugno 2016 - è un’ipotesi fantasiosa, una mera congettura» senza il riscontro dei fatti. Dopo una doppia inchiesta e dodici anni e mezzo di interrogativi, più o meno legittimi, si può ragionevolmente affermare che non esistono più misteri, né margini di dubbio sulla tragica e disperata fine di Pantani. Una conclusione «solida e granitica» secondo quanto si legge nel decreto di archiviazione avallato dalla decisione della Cassazione. Nella stanza del residence le Rose, quel tragico San Valentino del 2004, Marco Pantani era solo con i suoi fantasmi. Il suo cuore andò in frantumi nel giorno degli innamorati per medicinali, droghe, disperazione e solitudine.

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