ERGASTOLO CANCELLATO

L'avvocato Accreman "vince" l'ultimo processo

Annullamento-bis in Cassazione: discussione a Roma prima della morte e ora la madre del killer cerca un sostituto

di ANDREA ROSSINI

03/04/2017 - 11:35

L'avvocato Accreman "vince" l'ultimo processo

L'avvocato Veniero Accreman scomparso l'anno scorso

RIMINI. Un’uscita di scena degna di un principe del foro. Lo scorso anno Veniero Accreman, a novantatré anni, pochi mesi prima di morire, discusse e “vinse” il suo ultimo processo per omicidio, l’ultimo di una lunghissima serie, davanti ai giudici della Corte di Cassazione. Il legale, che anche a Roma era preceduto dalla sua fama, si guadagnò per l’ennesima volta l’attenzione e l’ammirazione degli ermellini per logica ed eloquenza e tornò da quella trasferta con un incredibile risultato: il secondo annullamento consecutivo della sentenza d’appello che condannava il suo assistito all’ergastolo. Aveva “promesso” alla madre dell’imputato che avrebbe fatto di tutto per evitare al figlio il carcere a vita e solo il sopraggiungere della «fatale incongruenza della fine quando è massima l’esperienza e la conoscenza» (per usare la definizione che lui aveva dato alla morte) il 26 dicembre 2016, gli ha impedito di presenziare al terzo processo davanti alla Corte d’assise d’appello di Bologna. L’udienza, prevista per venerdì scorso, è stata rinviata al 13 maggio proprio per permettere la ricerca di un nuovo difensore. Un compito più difficile del previsto per la madre dell’imputato: sostituire un maestro in un caso che appare segnato in partenza si sta rivelando un’impresa.

La Corte d’assise d’appello, infatti, dopo l’annullamento del primo verdetto da parte della Cassazione, aveva inflitto nuovamente la pena dell’ergastolo a Eder Marila, il 34enne cittadino albanese, accusato di aver deliberatamente investito in un giorno di ordinaria follia (il 24 settembre 2006) cinque donne, uccidendone una. In primo grado a Rimini, nel dicembre 2011, era stato condannato a trenta anni, poi nel primo giudizio d’appello erano state accolte le tesi del pm riminese Marino Cerioni che chiedeva per l’imputato le aggravanti della crudeltà e delle sevizie nei confronti della vittima, infliggendo il carcere “a vita”. Secondo la corte suprema, però la decisione era viziata dal fatto che era stata ignorata la richiesta della difesa di prendere in considerazione l’ipotesi della perizia psichiatrica: «Non si può distinguere – avevano già sottolineato nel processo di primo grado i difensori di allora – una follia morale, da quella medico-legale». Marila stavolta era assistito dall’avvocato Veniero Accreman, ma a inchiodarlo alle sue responsabilità è stato proprio l’esito della perizia psichiatrica, depositata alla vigilia della prima udienza dell’appello: l’imputato è stato giudicato capace di intendere e di volere e a quel punto non c’erano più appigli per evitare un verdetto in fotocopia. “Ergastolo”. Poi, di nuovo in Cassazione, l’annullamento-bis. Una “magia” di Accreman, o forse solo un cavillo pescato dal mazzo di una vita in aula, ma è bella l’immagine dell’ultimo ruggito del vecchio leone, a testa alta davanti i giudici della Corte suprema. A maggio il processo riparte da zero: se il verdetto dovesse essere ancora carcere a vita, sarà difficile sperare in un’altra possibilità.

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