BOICOTTAGGIO

17/03/2017 - 10:24

di ANDREA ROSSINI

Insetti, schegge e mozziconi nell'insalata: 24 operai indagati

Dopo alcune segnalazioni di strani ritrovamenti, i lavoratori, tutti cinesi, sono stati sorpresi a inserire ogni genere di schifezza nelle buste. Incastrati da 64 telecamere

Insetti, schegge e mozziconi nell'insalata: 24 operai indagati

Foto di repertorio

RIMINI. Nelle insalate in busta, destinate ai migliori supermercati, alcuni dipendenti infedeli infilavano deliberatamente le peggiori schifezze: schegge di legno, pezzi di plastica, di cartone e di metallo, fili di ferro, biglie, mozziconi di sigaretta, ciocche di capelli, ma anche animaletti vivi e morti come lumache, cavallette, falene, rane, tagliaforbici, bruchi, coleotteri, gechi, ragni, vermi e millepiedi. Un sabotaggio scientifico e sistematico che, nelle intenzioni dei lavoratori ribelli, avrebbe dovuto danneggiare l’incolpevole azienda del Riminese, anche se i primi a farne le spese sono stati i consumatori fedeli a un marchio che deve il suo successo proprio all’attenzione alla freschezza e alla qualità della materia prima. Ventiquattro operai cinesi, in gran parte donne (residenti tra Rimini, Santarcangelo, Forlì, Savignano sul Rubicone, Reggio Emilia e Macerata) sono indagati a vario titolo (sono difesi dall’avvocato Davide Grassi, vedi altro articolo ndr).

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Rimini, Sonia Pasini, sulla base di un’inchiesta dei carabinieri, ha disposto nei confronti di tutti loro il divieto di dimora nei locali dell’azienda e il divieto di esercitare professioni dello stesso genere e nel medesimo settore.

Le accuse vanno dall’adulterazione di sostanze alimentari, al furto sistematico di piatti pronti, succhi di frutta, verdure, fino alla turbativa dell’esercizio dell’industria e del commercio. Le condotte contestate vanno dal marzo 2015 al 9 dicembre 2016. Negli ultimi mesi sono state documentate da 64 telecamere installate nel mese di ottobre con l’autorizzazione della procura, ma a spese della società. Le immagini immortalano alcuni dipendenti mentre gettano corpi estranei di ogni genere, sempre di piccole dimensioni, nei macchinari per il taglio e il lavaggio delle verdure oppure mentre prelevano a mano gli scarti “eliminati” dal selettore ottico e dal metal detector per collocarli tra i prodotti idonei alla distribuzione, vanificando i sofisticati meccanismi di controllo. Il tutto attraverso manovre che avevano lo scopo di eludere la pur attenta sorveglianza. Uno scenario che presuppone l’esistenza di una vera e propria strategia studiata a tavolino, con le operaie pronte a coprirsi l’una con l’altra, e attraverso l’uso di vassoi, sacchetti e zaini, nella completa indifferenza verso i consumatori esposti a gravi rischi per la salute.

Di fronte alle ricorrenti segnalazioni dei cittadini e delle principali catene di distribuzione che avevano temporaneamente portato alla “sospensione delle referenze” del prodotto, i responsabili dell’azienda riminese hanno segnalato i loro sospetti ai carabinieri, chiedendo di intervenire. Gli investigatori hanno identificato come autrici delle principali azioni di sabotaggio tre operaie cinesi di 53, 36 e 46 anni. La prima, oggetto in passato di contestazioni disciplinari, aveva intrapreso da tempo un braccio di ferro con l’azienda, questione finita davanti al giudice del lavoro. La vertenza fu vinta dalla lavoratrice, col patrocinio legale della Cgil, e – una volta riassunta – è diventata a sua volta rappresentante sindacale. Un ruolo che, secondo quanto ipotizza il Gip nell’ordinanza - dà «ulteriore fondamento all’ipotesi di un disegno unitario» che coinvolgeva colleghe e colleghi delle linee produttive più a stretto contatto con lei. Il boicottaggio e i furti come ritorsione rispetto alle condizioni di lavoro, ritenute ingiuste. Dopo le prime risultanze dell’inchiesta l’azienda, il 30 dicembre scorso, ha licenziato per giusta causa (con le contestazioni per i furti e l’alterazione dei prodotti) 19 dei cinesi coinvolti e ancora alle loro dipendenze (18 operaie e un operaio). Una decisione contro la quale si sono mobilitati associazioni e sindacati (Adl Cobas in primis) attraverso manifestazioni di solidarietà e presidi di protesta contro un provvedimento considerato ingiustificato e discriminatorio nei confronti di cittadini immigrati e di sesso femminile. I prodotti attualmente in commercio hanno ripristinato gli standard di qualità di prima.

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