RAVENNA

09/10/2018 - 12:25

Matteo Rubboli: «Vanilla Magazine, la cultura si fa anche on-line»

«Il mio blog è uno dei più seguiti in Italia, con oltre un milione di lettori ogni mese»

Matteo Rubboli: «Vanilla Magazine, la cultura si fa anche on-line»

RAVENNA. Cultura online, gratis e alla portata di tutti. Una scommessa difficile, soprattutto se l’avversario da battere è il pregiudizio di chi ha sempre sostenuto che “con la cultura non si mangia”. Figuriamoci poi se il canale è un blog. E invece, in barba agli scettici, Matteo Rubboli, 36enne ravennate, non si è dato per vinto. È lui il padre di Vanilla Magazine, divenuto dopo sette anni di gestazione uno dei blog culturali più letti d’Italia. Un sito che molti, fra gli addetti ai lavori, pensano abbia base a Milano e non a Mezzano. Rubboli lo ha fondato sul filo rosso di una precisa mission: parlare di cultura senza i copiaeincolla tipici dei comunicati stampa che intasano le mail delle redazioni. Una scelta che, pure online, ha pagato. Tanto che Vanilla Magazine è divenuta un’azienda vera e propria, con un buon fatturato, partner internazionali e una community di utenti e autori sparsi per tutta Italia. Ma soprattutto con un progetto di crescita tutt’altro che astratto.

Rubboli, il suo blog è una storia di costanza e passione. Com’è nato?

Vanilla Magazine nasce nel 2011. Ma l’idea è ancora più datata. Nel 2004 creammo Vanilla Glam, un sito incentrato principalmente su foto scattate nelle discoteche ravennati, attorno al quale nacque una comunità molto radicata. Sette anni dopo per assecondare l’esigenza di comunicare quello che scrivevo, pensai di realizzare un blog che raccogliesse molte firme. Inizialmente parlavamo di tecnologie e cultura, ma ben presto il secondo filone è divenuto dominante.

Viene da pensare che avesse molto tempo libero...

Per due anni e mezzo ho fatto il rappresentante, poi l’artigiano. È stato quando mi sono innamorato di una ragazza greca e sono andato a vivere da lei in un piccolo paesino che ho aperto il blog. Lavoravo saltuariamente in hotel ma non era facile trovare lavoro. Avevo tantissimo tempo libero e mi sono lasciato ispirare dalla tranquillità di quel paesino greco.

Poi però è tornato in Italia…

Sì (ride, ndr), e quella ragazza è mia moglie, abbiamo due figli. Siamo tornati nel 2014, quando ho scritto un libro di social media marketing. Ho iniziato a tenere dei corsi sui social, e quello sarebbe dovuto essere il mio lavoro. Invece alla fine è stato il blog a “darmi da mangiare”.

Parliamo di numeri, allora...

Ora siamo a oltre un milione di lettori al mese e più di due milioni di letture ai singoli articoli. Secondo classifiche come SimilarWeb siamo al settimo posto in Italia fra i magazine culturali, Storyclash ci mette fra i primi 20 in Italia per le circa 400mila interazioni social al mese. Su Audiweb siamo il sito verticale di cultura (quello che parla di un unico argomento, ndr) più visitato d’Italia. Certo, con cultura s’intende tutto e niente. Difficile stare al passo con le statistiche. Abbiamo 30 autori. Infine abbiamo 5mila articoli di approfondimento, con una media di 120 nuovi articoli al mese.

Ma come fa a monetizzare queste pubblicazioni?

Il metodo di monetizzazione sono le inserzioni pubblicitarie, gestite attraverso circuiti automatici come Google e Facebook, poi lavoriamo anche con articoli editoriali a pagamento. Per questo, nel 2016 siamo diventati un’azienda, con un fatturato che l’anno scorso ha sfiorato i 50mila euro. Parte dell’introito lo usiamo per promuovere gli articoli, parte invece per piccoli compensi ai collaboratori fissi.

Partner locali pronti a investire?

È molto difficile. Abbiamo lavorato con alcune aziende grandi che hanno investito su di noi: Google, Porsche. Imprenditori medio-piccoli locali non hanno forse ancora una sensibilità in grado di capire le potenzialità del web. Ma la difficoltà oggi non è tanto nel fatturato. Le spese non sono tantissime, a parte la necessità di investire sulle promozioni degli articoli per arrivare a un vasto pubblico. I modelli da seguire sono quelli inglesi, che sono in questo settore già da molti anni.

E in futuro?

Ci piacerebbe replicare il modello Freeda, avere investitori e rendere il sito raggiungibile dal maggior numero di persone. Il sogno è di una app interattiva per gli articoli e una traduzione in inglese.

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