RAVENNA

23/06/2018 - 12:24

di CARMELO DOMINI

La vanità del male e il rispetto di chi soffre

Cagnoni racconta la sua verità: «Non sono il mostro che l’ha uccisa»

RAVENNA. Matteo Cagnoni è stato condannato all’ergastolo. Ma i tribunali non sono teatri, e il sipario che si chiude di fronte al primo atto di questa tragedia meriterebbe solo silenzio. Silenzio per le vittime (quelle morte e quelle ancora vive) e per un omicidio che ha svelato non solo la banalità del male, ma in certi casi anche la sua vanità.

Attendiamo, come è giusto che sia, la Cassazione per poter cadere nella tentazione (comunque poco consolatoria) di definire “assassino” Matteo Cagnoni. Fino a quel giorno la presunzione di non colpevolezza resta un suo diritto. Nel frattempo non ci resta che continuare il lavoro di chi si limita a raccontare i processi per dare ai lettori gli strumenti necessari per farsi una legittima opinione. E crediamo che lo strumento migliore, in un caso come questo, sia raccontare proprio la versione che lo stesso Cagnoni ha cercato (finora inutilmente) di far passare come credibile. Il tutto nel corso di un processo in cui ha dato l’idea di essere ossessionato più dalla difesa della sua immagine che dal percorrere una strategia processuale in grado di garantirgli l’esito migliore. Leggi una condanna più mite. È stata forse questa smania a trascinarlo verso un ergastolo che, diciamolo, si può eventualmente condividere o meno nell’intimo, ma di sicuro non sorprende chiunque abbia una minima frequenza di aule giudiziarie.
Ed eccola la verità di Cagnoni. Verità che, senza banalizzare, si può sintetizzare così. Ovvero come la storia di un uomo che dà appuntamento alla moglie (pedinata da mesi e alla quale sta sottraendo in silenzio il suo patrimonio coniugale) in una villa disabitata per... fotografare un quadro. I due escono dalla villa assieme, ma lei, non si sa perché, ci torna. Qui da una finestra lasciata aperta (ma poi a suo dire chiusa dalla polizia) sarebbero entrati due “ladri acrobati stranieri” che indossano un paio di Hogan finte, ma simili alle sue. I ladri trovano Giulia e la uccidono. Anzi la massacrano. Infierendo sul suo volto e usando un bastone proveniente dalla villa di Marina Romea di Cagnoni; un ramo di albero dove verrà isolato il suo dna. Non rubano nulla i ladri, eppure perdono tempo a spogliare Giulia e a far sparire i suoi vestiti e a pulire (male) la casa. Poi si fanno di nebbia. Lui senza sapere nulla prende i bambini, dopo aver fatto annullare tutti i suoi impegni nei giorni precedenti, e va a Firenze portandosi anche i passaporti.
Il giorno dopo si comincia a cercare Giulia e una chiamata per uno strano “cortocircuito telefonico” parte dalla casa di Ravenna verso la villa di Firenze. La domenica la polizia (non il cognato) lo chiama per tornare in Romagna, ma lui è stanco. La questura insiste, ma lui si rifiuta. Quella domenica però, nel pomeriggio, ha il tempo di andare a Bologna da un suo amico di infanzia che di professione fa l’avvocato penalista e che oggi lo difende.

Cagnoni a Bologna si porta dietro l’anziano padre, ma non il cellulare. È stanco, come detto, ma prima di andare dall’avvocato, visto che è in anticipo, passa dall’aeroporto a comprare un orologio al figlio in un negozio. Negozio che non verrà trovato dalla polizia. Torna poi a Firenze col padre e qui arriva la polizia, ma ha una crisi di panico e scappa dalla finestra. Fugge nei campi, ma viene aggredito da un cinghiale e per questo perde il telefono.

Nel frattempo la madre (che però a suo dire è afflitta da demenza senile) prima che la famiglia venga informata del ritrovamento del corpo di Giulia a un poliziotto dice: “Povera Giulia, è stata uccisa da una banda di ladri, i giornali ne parleranno nei prossimi giorni”. Poche ore dopo Cagnoni viene arrestato. Nella villa di Firenze verranno trovati due cuscini sporchi del sangue di Giulia ma lui dirà che li aveva portati a Firenze giorni prima, per farli lavare. Mentre sulle sue impronte digitali trovate sul sangue di Gulia nella casa del delitto dirà che sono frutto di rilievi fatti male. E quella borsa bianca che si vede nel video? «Non è la borsa di Giulia - dice - ma un camice da medico arrotolato».

Questa in sostanza la verità di Cagnoni. È credibile tutto questo? Per i giudici no. E questa è, al momento, l’unica opinione che conta. Per quanto ci riguarda, invece, in attesa della Cassazione solo su una sola cosa vogliamo dire espressamente di non essere d’accordo con lui. Si tratta di quelle due righe che compaiono nella sua ultima lettera scritta al Corriere Romagna: «Se ci fosse giustizia a quest’ora starei in spiaggia a giocare con i miei figli». No, dottor Cagnoni. Ci lasci dire almeno questo: se a questo mondo ci fosse giustizia a giocare in spiaggia con i suoi figli ora ci sarebbe Giulia.

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