RAVENNA

19/06/2018 - 17:47

«Le prove dimostrano che Matteo non è l’assassino»

L’avvocato Giovanni Trombini contesta l’attribuzione delle impronte e la ricostruzione della dinamica da parte della Procura

«Le prove dimostrano che Matteo non è l’assassino»

RAVENNA. Un dna diverso da quello dell’imputato sotto le unghie della vittima che per la difesa sarebbe quello «che riporta all’assassino» ma che polemicamente si stupisce «non si sia andato a guardare di chi fosse, ah queste indagini perfette !». Le impronte di due scarpe sulla scena del crimine che lo portano a definire «incompatibile l’ipotesi della presenza nella villa di un solo aggressore» e a ritenere «che dentro ci fossero almeno due persone». La ricostruzione di una dinamica in cui torna il tentativo di soffocamento della donna da parte di un destrorso, «non un mancino». L’assenza a suo parere di un movente, considerato l’accordo raggiunto tra marito e moglie ritenuto «fuori dagli schemi, tanto unico quanto affascinante». L’illogicità del comportamento di un omicida «descritto come un uomo lucido, scaltro e manipolatore» che in modo «stravagante» non si sarebbe però «sbarazzato di elementi che potrebbero incastrarlo come i cuscini e la borsa della moglie» il tutto «sotto l’occhio delle telecamere». La ricostruzione di un ritorno sul luogo del delitto che «le immagini non provano» al pari di un gps «inaffidabile che non rileva tutti i passaggi e ne traccia uno riferito a un periodo in cui la macchina non era ancora immatricolata». E ancora, la «porta aperta sul balcone», «l’allarme non inserito o non funzionante che impedisce di sostenere che chi ha ucciso uscendo lo ha riattivato», una serie di situazioni che porterebbero a un pregiudizio negativo, dalla «campagna mediatica» alla ricerca dell’avvocato amico e all’attacco di panico con tempi e modalità che renderebbero l’imputato vittima delle circostanze. Ma soprattutto l’attacco alla “prova regina”, quel confronto tra impronte digitali che non offrirebbe quei riscontri in termini di corrispondenza necessari «per poterle attribuire oltre ogni ragionevole dubbio al mio assistito». Dati che, ad avviso di Giovanni Trombini, messi tutti in fila deporrebbero per «l’innocenza di Matteo Cagnoni», a processo per la morte della moglie Giulia Ballestri.

Punto su punto

Appassionato di backgammon e teatro, il penalista bolognese nella sua arringa sfrutta anche l’abilità richiesta dal gioco e la presenza scenica per smontare uno per uno i punti dell’accusa. E lo fa in una maratona di sette ore al netto delle pause che renderà necessario continuare l’arringa venerdì (giorno in cui è attesa la sentenza), quando parlerà anche il collega Francesco Dalaiti chiamato a mettere in discussione i temi della premeditazione e della crudeltà, ovvero le aggravanti su cui si fonda la richiesta di ergastolo avanzata dal sostituto procuratore Cristina D’Aniello.

Un’udienza, la numero 28 da quanto è partito il processo, nel corso della quale Trombini, da avvocato navigato, mette tutto in discussione instillando dubbi su elementi, prove, dettagli ma anche sulla conduzione delle indagini stesse. Una rivisitazione durante la quale cita De Gasperi («sento che tutto, tranne la vostra stima personale, è contro di me»), il professor Franco Bricola, suo mentore («con le prove non si bara, ci si confronta»), Pirandello e anche capitan Uncino e nella quale non tralascia qualche appunto al dermatologo («Matteo fa una cosa stupida, cercare di disfarsi del proprio patrimonio» e la «follia di pensare all’abbandono del tetto coniugale»), ma nemmeno stoccate all’accusa. Non usa mezzi termini Trombini, arrivando a parlare di «caccia all’uomo» quando i “falchi” della polizia si recano a casa dei genitori a Firenze cercando il dermatologo («colpevole solo di essersi fatto per due giorni i fatti suoi e di essere andato a Bologna dal sottoscritto, avvocato ma soprattutto amico» cosa che «per un ragionamento perverso diventa indizio di responsabilità») e persino di «vergognoso attacco alla famiglia Cagnoni» in riferimento all’iscrizione nel registro degli indagati del padre del medico. «Voi pensate che se avesse saputo di suo figlio colpevole avrebbe mostrato e consegnato i filmati delle telecamere agli agenti? Immagini dalle quali viene fuori che il professor Cagnoni aveva detto la verità dicendo che Matteo era in casa – commenta Trombini –, eppure viene indagato su elementi che lui stesso ha fornito agli inquirenti. E si dirà anche che aiuta il figlio con i cuscini contestando in modo strumentale il concorso in occultamento di cadavere. Questo processo è un accerchiamento alla famiglia, a un modo di essere, all’idea di connivenze e coperture».

Di fronte alla Corte d’assise presieduta dal giudice Corrado Schiaretti (a latere Andrea Galanti) Trombini parla di «dinamica scricchiolante» ipotizzata dalla Procura, nega l’immagine di Cagnoni come un uomo aggressivo e prevaricatore («si è poco esplorato il rapporto tra Matteo e Giulia ma in 11 anni non vi è la prova di lamentele circa il loro mènage; l’accusa costruisce quella personalità solo sulle parole di due amici e di Stefano Bezzi, che non è il compagno di Giulia, potete chiamarlo come vi pare, ma aveva una relazione con lui, un tempo si diceva amante») e sostiene che «nel corso del processo il movente è cambiato, prima era un uomo che ha ucciso una donna, femmicidio viene detto, parola che nel codice penale non esiste, e poi si cambierà, si dirà che l’ha uccisa per non lasciarla più libera», visione a suo dire errata e che ricollega «all’abbaglio del pubblico ministero» sulla testimonianza dello psicoterapeuta Maurizio Stupiggia, che seguì i coniugi per qualche mese. «Si farà riferimento a Cagnoni come un uomo all’antica e su questo si penserà di aver trovato la prova del nove, di un uomo come Dio, padrone che poteva vantare persino un diritto di vita. Ma non è una diagnosi – si infervora il legale – è un modo di dire che gli inquirenti che lo sentono interpretano così. Ma quella immagine di uomo violento, aggressivo, prevaricatore si scioglie come neve al sole guardando all’intesa raggiunta sulla separazione». E non ci si faccia traviare, dice Trombini rivolgendosi soprattutto alla giuria popolare, dagli scatti d’ira in aula che l’avvocato riconduce «alla condizione di cattività in cui si è trovato».

Nell’appassionata arringa Trombini tira fuori anche una macchinina che, come in una sorta di risposta a distanza con l’avvocato Giovanni Scudellari che assiste la famiglia della vittima e che la volta precedente aveva mostrato l’immagine di Shrek, usa per smontare la tesi della premeditazione. «Si vuol far credere che Matteo avesse disdetto gli appuntamenti per il venerdì a Villa Toniolo per avere mano libera. In realtà subito dopo aveva contattato un’amica di lunga data e si sarebbero dovuti vedere proprio quel giorno, poi l’incontro saltò per impegni di lavoro di lei. Il giovedì invece attraversando le telecamere della Guardia di finanza Cagnoni si sarebbe recato in via Padre Genocchi portando un borsone contenente il bastone, la tanica d’acqua per ripulire, il cambio d’abiti. Ma dalle immagini non si vede la targa, nemmeno se l’auto è nera o scura; con quei video è una sfumatura non percepibile. Il nostro consulente ha spiegato che l’apparenza di un movimento è dovuta ai pixel. Da quell’auto non è uscito nessuno. Cagnoni era vestito di chiaro ed è chiaro anche l’interno della portiera e il bianco si sarebbe visto». Con lo stesso modellino di macchina contesta anche il fatto che dopo il massacro abbia portato via materiale compromettente. «Avete visto cosa ha scaricato a Firenze, quante volte è stata fatta la spola tra l’auto e la siepe e quanto fosse pesante il borsone. Come farebbe a non vedersi allora quel clic clac dello sportello in via Genocchi». Trombini affronta anche la presunta frase della madre di Cagnoni che alla polizia riferì che la nuora era stata uccisa giorni prima da un albanese durante un tentativo di rapina quando ancora non era stato trovato il corpo («non c’è un verbale delle sue parole, solo una relazione di servizio, non lo diciamo noi ma è un certificato medico ad attestare che la signora, del 1933, ha un deficit di orientamento spazio-temporale pur mantenendo autonomia funzionale nelle attività di base»), rimarca che il quadro fotografato l’8 settembre e quello immortalato il 16 siano diversi (con ciò eliminando la tesi del tranello per attirare Giulia nella villa del massacro) e sottolinea come il medico abbia detto la verità quando ha riferito della telefonata ricevuta dalla moglie «dai codici dei tabulati si vede che ha risposto, che poi fosse il centro antidiabetico o uno studio oculistico poco importa». Alla fine resta «un solo mistero, quello delle due telefonate partite il sabato tra la casa di Ravenna e quella di Firenze». Una delle prove che per la Procura indicano la presenza di Cagnoni in città quel giorno. «Ma la Corte può dire con certezza che sia stato lui a farle?». In ballo c’è l’assoluzione o l’ergastolo. E in apertura di giornata aveva invitato chi dovrà pronunciarsi su innocenza o colpevolezza «a basarsi sui dati oggettivi e a non lasciarsi influenzare dall’emotività».

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