RAVENNA

10/03/2018 - 10:10

di FEDERICO SPADONI

«Ti devi sposare? Non ti assumiamo». Colloquio choc per l'8 marzo

L'episodio è avvenuto nel giorno della Festa della donna in una struttura ricettiva della Riviera

«Ti devi sposare? Non ti assumiamo». Colloquio choc per l'8 marzo

RAVENNA. «Ti sposi? Allora prima di assumerti devo sapere se hai intenzione di avere figli». È la sintesi della risposta che proprio l’8 marzo, festa della donna, si è sentita pronunciare in faccia una 40enne ravennate dal direttore di un’importante struttura alberghiera del litorale, nel corso del colloquio di lavoro per un posto da organizzatrice di eventi.

L’episodio – raccontato con tanto di informazioni circostanziate su persone e luoghi – è accaduto giovedì a Giulia. E se non usiamo il suo vero nome o non inseriamo altri riferimenti utili a riconoscere la struttura in cui è accaduto, è solo per non metterla ulteriormente in difficoltà, dopo un’esperienza che va ben oltre la “caduta di stile”.

Il colloquio

L’incontro è avvenuto all’interno dell’hotel, una prestigiosa struttura in una località balneare della provincia. Dopo alcune domande iniziali da parte del datore di lavoro, Giulia ha deciso di chiarire, per correttezza, che a settembre si sarebbe sposata. E lo aveva detto affrettandosi a precisare che il viaggio di nozze lo avrebbe fatto in inverno: «Gliel’ho detto perché mi reputo un persona onesta e trasparente», spiega. Rassicurandolo anche su eventuali permessi per preparare le nozze, «ho precisato che avrei chiesto solo il giorno prima e il giorno successivo, o nel caso fosse stato troppo, avrei chiesto solo il giorno stesso».

A quel punto il tenore della conversazione era cambiato. E – ripercorrendo il racconto di Giulia – dalla bocca dell’albergatore sarebbero uscite queste parole: «Signorina, quello che le starò per dire sarà un discorso antipatico, ma nell’ambito della programmazione del lavoro io ho bisogno di sapere se lei da qui a quattro anni avrà intenzione di avere figli, perché già mi sta parlando di matrimonio e le cose possono cambiare».

Giulia è rimasta di sasso, «anche perché il signore in questione stava parlando con una quarantenne e non con una ventenne, che magari trova già questa questione abbastanza spinosa a livello personale».

Il congedo: «Mi faccia sapere»

Non assunta? Non proprio. Tra fastidio e imbarazzo, il colloquio si è concluso con un «mi chiami se le interessa l’incarico», che sa molto di congedo per rimediare alla figuraccia. La risposta della candidata: «La ringrazio per il suo tempo, ma se permette, il mio per i prossimi quattro anni me lo gestisco come voglio».

Giulia se n’è andata arrabbiata e delusa, pur cercando di mettersi nei panni dell’imprenditore, «vittima del circolo malato di questo Paese che non supporta nessun tipo di azienda». Se si è fatta avanti, ora, non è per accendere una «polemica da femminismo estremo», quanto più per «riaccendere il dibattito su una storia vecchia». Una questione di principio di parità tra uomo e donna, tutelata dalla legge 125/91. Che vieta comportamenti discriminatori diretti e indiretti. Come – guarda un po’ – chiedere a un colloquio se sei sposata, se hai figli o se hai intenzione di farne.

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