RAVENNA

24/02/2018 - 12:24

Processo Cagnoni: il giallo della porta socchiusa. Nel bastone la premeditazione

Il tronco, compatibile con quello nella casa coniugale e al mare, per la Procura era stato portato apposta. Le riprese invece mostrano un uscio accostato; per la difesa è la prova di una possibile pista alternativa

Processo Cagnoni:  il giallo della porta socchiusa. Nel bastone la premeditazione

RAVENNA. Da un lato il bastone insanguinato, un ramo di pino corrispondente ai tronchi degli alberi tagliati in primavera a Marina Romea, che per l’accusa rappresenta un elemento che rafforza la tesi della premeditazione e della colpevolezza dell’imputato considerando che i frammenti dello stesso legno potevano essere presi solo dalla villetta al mare o dal garage della casa di via Giordano Bruno e che una scheggia con tracce ematiche è stata trovata nei jeans sequestrati dalla polizia a Firenze. Dall’altro, l’elemento emerso dalle riprese video del primo sopralluogo nella casa di via Padre Genocchi in cui venne trovata massacrata Giulia Ballestri, moglie del dermatologo Matteo Cagnoni accusato di omicidio, nelle quali si vede una porta socchiusa al piano di sopra che conduce a un terrazzino. Un particolare su cui i difensori del dermatologo fanno leva a sostegno dell’ipotesi di una pista alternativa, di qualcuno (o addirittura più persone) entrato dall’esterno.

L’accusa

La quindicesima udienza del processo al medico è entrata nel vivo a metà mattina quando i rappresentanti della Forestale prima e il consulente tecnico Stefano Del Duca, ordinario di botanica, hanno affrontato la questione del bastone di legno con cui è stata inizialmente colpita la vittima. Un aspetto rilevante ad avviso della Procura per poter dimostrare la premeditazione nonostante non siano state le lesioni inferte con il ramo a provocare direttamente la morte della 39enne come evidenziato dai medici legali. Quel tronco infatti per specie e taglio è stato ritenuto proveniente dalle alberature della casa al mare abbattute nell’aprile del 2016. Ceppi di piccole dimensioni corrispondenti a quelli sotto il porticato della villetta o nella catasta nel garage della casa di via Giordano Bruno, mentre nella villa dell’orrore, dove sono presenti varie piante ma non pini, i pochi bastoni della legnaia erano molto vecchi e di specie diversa (latifoglie, non conifere). La conferma che vi fosse una compatibilità botanica tra i reperti oggetto dell’analisi è arrivata dal consulente.

L’esito dell’accertamento – che la difesa ha cercato di contestare sollevando l’eccezione dell’inutilizzabilità per le modifiche apportate ai corpi del reato, eccezione rigettata dal presidente della Corte, il giudice Corrado Schiaretti, alla luce del fatto che l’analisi eseguita non ha compromesso la possibilità di eseguire sui reperti altri riscontri dello stesso tipo – ha infatti portato il professore universitario ad affermare che «per struttura e taglio il bastone insanguinato e quello prelevato dal garage della casa coniugale hanno una fortissima analogia».

E anche «la scheggia macchiata e quella caduta dal bastone usato per l’aggressione» ha ribadito il consulente rispondendo alle domande del pm Cristina D’Aniello.

La difesa

Nel pomeriggio è stato invece sentito l’agente di polizia Ivan Pulinas che effettuò le riprese del sopralluogo che portò alla scoperta del cadavere di Giulia Ballestri. Sono anche state visionate le immagini delle ricerche prima nella casa di Marina Romea (dove è stata trovata una borsa della vittima in cui è stata trovata anche la foto funebre plastificata di un ragazzo morto nel 2012, immagine che in mattinata era stata oggetto di confronto tra l’avvocato Trombini e l’imputato) e soprattutto quelle dell’accesso alla villa dei giardini pubblici. Era da poco passata la mezzanotte del 19 settembre 2016 quando la Scientifica entrò con Pulinas che riprese le operazioni fino al ritrovamento del cadavere. Per esigenze contingenti, «la batteria era solo al 25%» ha spiegato, procedette per frame, focalizzandosi sui punti più importanti. «All’esterno tutti gli accessi erano chiusi. Dentro era buio pesto e i colleghi mi precedevano controllando eventuali finestre, porte o ante aperte, ma anche laddove i vetri erano aperte le tapparelle erano abbassate. Ebbi l’impressione vedendo la prima stanza che fosse entrato qualcuno, ma poi vidi che era così ovunque. Procedendo l’ispezione, notai le tracce di sangue; seguendole trovai il corpo». Tra accensioni e spegnimenti della telecamera, il video mostra lo stato delle varie stanze, fino alla porta affacciata sul terrazzino che appare socchiusa; a terra giornali accatastati, scatole e attrezzature. «Quando lei filma era chiusa con i chiavistelli o no?» domanda l’avvocato Trombini sollevando un tema ritenuto cruciale per la difesa. «Ero nell’altra stanza prima e non mi è stato segnalato nulla di particolare, presumo che i colleghi l’abbiano aperta durante il controllo». Affermazione che spinge il legale a un nuovo affondo. «Allora è stato modificato lo stato dei luoghi. Qualcuno dei suoi colleghi le ha detto se l’aveva aperta?». «No – replica l’agente – ma ogni situazione anomala mi sarebbe stata segnalata».

C’è chi, nel vedere il video, in aula ha avuto l’impressione di sentire un rumore in sottofondo come un giro di chiave, particolare che però non tutti hanno udito. La difesa lascia in sospeso il dubbio e trattandosi di un dettaglio non di poco conto il presidente della Corte chiede di rivedere le immagini. Con l’audio più alto.

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