IL DELITTO BALLESTRI

07/11/2017 - 11:27

Cagnoni scrive al Corriere: «Giulia sa che non l'ho uccisa»

L'imputato risponde alle dichiarazioni del cognato Guido e dell'amica del cuore della moglie: «Non ho mai manipolato o oppresso mia moglie»

Cagnoni scrive al Corriere: «Giulia sa che non l'ho uccisa»

Matteo Cagnoni con il suo legale Giovanni Trombini

RAVENNA. La prima notizia è che Matteo Cagnoni – dopo aver presentato un ricorso in Cassazione per spostare il processo da Ravenna a causa delle supposte influenze dei quotidiani locali – prende carta e penna e scrive ancora al Corriere Romagna.

La seconda notizia è che questa volta lo fa addirittura a processo in corso.

Una lettera di nove pagine, scritta a mano, indirizzata al nostro quotidiano e spedita in una busta arrivata stranamente senza francobollo, ma datata 4 novembre. Ovvero il giorno dopo dell’udienza in cui hanno deposto Guido Ballestri, fratello della moglie Giulia ed Elisabetta Amicizia, la migliore amica e confidente della 39enne uccisa a bastonate nel settembre del 2016 nella villa di famiglia di Cagnoni.

È sulle loro testimonianze, ma non solo, che si incentra il lungo sfogo dell’imputato Cagnoni su quella che definisce una «udienza scandalo», sfogo condensato in questa missiva ancora una volta destinata a far discutere.

«Devo dire - scrive Cagnoni - che la difficoltà più grande per me è stata trattenermi ascoltando una copiosa serie di menzogne da parte soprattutto dell’amica di Giulia che parlava sempre per sentito dire...».

Non manca, però, anche un attacco ai genitori di Giulia, di cui non tutti i passaggi sono riportabili.

«Mia moglie purtroppo non c’è più – scrive Cagnoni – dico purtroppo, è evidente, perché io l’ho sempre amata, anche nei momenti peggiori. Un amore quasi paterno con una ragazza di 11 anni più giovane con un padre quasi sempre assente, una madre che per sua figlia non aveva mai tempo. Di Giulia mi colpì subito la sua grande solitudine interiore. Non meritava un’infanzia così, ma soprattutto non meritava una fine così. Adesso che da un paio d’anni vedo barcollare seriamente la mia convinzione sul trascendente, mi illudo e penso come a una speranza per lei, che ci sia qualcosa davvero e mi conforta sapere che almeno lei, dall’alto, sa che non sono stato io ad ucciderla».

La tesi del ladro

Cagnoni entra poi in alcuni degli aspetti sollevati dai testimoni nel corso dell’udienza. Tra questi il fatto che, nonostante in quel periodo fosse letteralmente ossessionato dal conoscere i movimenti della moglie, nel corso di quel weekend sembra essere indifferente alle ricerche di polizia e familiari preoccupati per la scomparsa di Giulia. «Non è vero – si difende Cagnoni – perché l’avevo messaggiata dicendole “almeno chiama i bambini”. E poi con mia figlia abbiamo provato a chiamarla dal telefono dei miei». Infine aggiunge: «E poi pensando che facesse un weekend romantico con l’amante è comprensibile che fossi un po’ seccato e che avessi tutto fuorché voglia di sentirla? E poi mi sembra che fino a sabato sera neanche i suoi familiari fossero particolarmente allarmati».

Cagnoni torna poi su un punto per la difesa fondamentale: quello per cui la villa del delitto aveva una porta lasciata aperta dalla quale, secondo lui, sarebbe potuto entrare l’assassino.

«All’udienza preliminare il pm ha minimizzato chiedendosi chi potesse mai essere entrato da quella terrazza. Ma qualche anno prima era entrato un albanese, che aveva bivaccato qualche giorno nella casa prima di essere arrestato e poi c’erano passaggi della “banda degli acrobati”, trovammo una fune e ci sono 6 o 7 testimoni che possono testimoniarlo».

Marito e moglie

L’imputato definisce poi «surreale» l’interrogatorio di Elisabetta Amicizia e chiede scusa al giudice Schiaretti per le parole che gli sono scappate: «Ma anche per una persona controllata come me è difficile restare immobile di fronte a tante menzogne». «E’ stato detto che vietavo a mia moglie di bere. Ma quando mai? Bevevamo anche un litro di birra a testa al Bagno Haway di Marina Romea. Il nostro amico cameriere di colore ne è testimone».

Su Giulia segregata in casa e costretta a non lavorare Cagnoni rigetta le accuse: «Cattiverie lanciate chissà da chi...». «Fu una decisione condivisa con me, ma non decisa da me: Giulia aveva un rapporto burrascoso con la madre e non si sentiva valorizzata. Più volte mi disse “meno male che sono andata via da quell’ufficio”». «È stato detto anche che non mi ha mai amato, troppo facile rispondere “allora perché mi ha sposato”, la risposta è semplice una donna non dà tre figli a un uomo che non ama». Cagnoni nega anche di aver fatto terra bruciata attorno alla moglie. «Purtroppo Elisabetta dipinge Giulia meno intelligente di quello che era, l’idea di un mentalista illusionista marito che la lobotomizza è poco rispettosa e non veritiera. Giulia era pigra e per lunghi periodi non chiamava gli amici... Mi lascia perplesso anche questo ruolo di allontanare Giulia dalla sua famiglia. Per undici anni sono stato io a dirle di chiamare sua madre. Poi magari su quattro sere per tre sere la madre andava a delle feste e poteva capitare che avessimo un impegno anche noi»

Lo scatto d’ira

«Ma un punto fondamentale è che la teste Amicizia mi attribuisce un eccesso d’ira che non ho mai avuto quando a una cena una persona corteggiò Giulia e cercò di farsi dare il suo numero. Io ero irritato perché l’imbarazzo di vedere una persona che ti intorta la moglie e cerca di farsi dare il numero metterebbe a disagio chiunque. Ma è finita lì e una volta a casa sono stato io a prendere lo Stilnox (un anti depressivo che Cagnoni è stato accusato di aver obbligato Giulia a prendere), non lei»

Ma Guido ed Elisabetta nel corso della loro deposizione hanno anche tratteggiato un Cagnoni che, preso da una forma ossessiva di gelosia aveva in pratica smesso di lavorare per pedinarla, con una conseguente crisi economica appianata dai versamenti del padre Mario. «Una paghetta da 7mila euro al mese» l’aveva definita Guido.

«È vero la controllavo, ero preoccupato per i miei figli, ma era agosto. E quel mese faccio le ferie. I miei sono molto benestanti e mi davano una parte di rendita mese per mese».

Nel finale della lettera Cagnoni conferma che Giulia aveva destinato il suo tfr (15mila euro) all’acquisto di un macchinario per il suo studio di dermatologo: «Costava 23mila euro. È vero che mi diede quei soldi ma mi ha fatto guadagnare dieci volte tanto e ne ha giovato anche lei. Solo questa - conclude - e lo dico con un sorriso dolce, anche se venato di tristezza, è la prova del grande amore che Giulia aveva per me, almeno nel 2009, perché era discretamente tirchia!».

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