LA RIVOLTA

23/02/2017 - 10:40

Esplode la rabbia: noi i nomadi non li vogliamo

Assemblea pubblica a Villaggio Primo Maggio. I cittadini lanciano il "super comitato"e parteciperanno in massa a ogni Consiglio

Esplode la rabbia: noi i nomadi non li vogliamo

RIMINI. Sono pronti ad allearsi con tutti quelli che non vogliono i nomadi sotto casa. E a mettere in campo una mobilitazione generale: centinaia di cittadini che a ogni occasione vanno in Municipio a dire che non ci stanno. Finisce così l’assemblea pubblica al Villaggio Primo Maggio, convocata per contrastare il progetto del Comune: chiudere via Islanda e distribuire le famiglie nei quartieri.

L’appuntamento è alle nove di sera di martedì, ma ben prima si capisce che sarà una serata record: sala piena, posti in piedi, addirittura sulle scale d’ingresso. Il tema, del resto, va a toccare i fili scoperti dell’armonia quotidiana. «I nomadi sotto casa non li vuole nessuno» è la frase che serpeggia e riassume l’umore della piazza. Al tavolo dei relatori gli uomini della Lega Nord capitanati da Matteo Zoccarato, l’esperto di cose amministrative Leonardo Carmine Pistillo e l’avvocato Loreno Marchei del Comitato Gaiofana. Via via si aggiungono Gioenzo Renzi (Fratelli d’Italia), Nicola Marcello (Forza Italia) e Gennaro Mauro (Uniti si vince). Avvistati due consiglieri di maggioranza, ma non intervengono. Gli uomini del Carroccio approfittano per incrementare la petizione che dice no alla distribuzione dei nomadi nei quartieri: 600 firme in una settimana.

Compito dei politici, spiegare cosa sta succedendo. La fanno un po’ lunga e concedono il bis rispetto alla commissione della mattina. Unica attenuante: là c’erano venti persone, qua più di trecento.

L’esordio di Zoccarato è da copione: «Avere questa gente sotto casa lascia un po’ turbati», «distribuirli non risolve il problema, ma lo allarga», «pagheremo le loro bollette per 4 o 5 anni».

Altro? Villaggio Primo Maggio, «prima che l’amministrazione chiuda il progetto, deve dire che la microarea in via Arno non va bene».

L’esperto Pistillo ha un compito: spiegare le carte. Una questione fa emergere con dovizia di particolari: non è vero che le prime tre aree (Grotta Rossa, Gaiofana e via Islanda) sono state depennate in attesa di un’altra dozzina. «Sono ancora nella delibera del 29 novembre». Come dire: occhio.

Spazio poi ai costi della chiusura di via Islanda, perché si sa che fanno presa su chi magari fatica ad arrivare alla fine del mese. In breve: i conti sono lievitati da 196mila e 269mila euro, la Regione ne dà 70mila. Il resto? «Ci rimane sul groppone».

La preoccupazione che nessuno si deve sentire in salvo, guida l’intervento dell’avvocato Marchei della Gaiofana. «Il mio è un appello a unire le forze: Corpolò, Viserba, Torre Pedrera. Non facciamo a gara a chi protesta di più, con 12 aree tutti ne avremo una vicino casa. Ne esiste già una, a Corpolò: in media ci sono 30-40 persone, dovevano essere 7. Le microaree sono nuovi campi nomadi, la soluzione è sbagliata».

Ecco. Da questo momento, tutte le energie hanno un unico obiettivo: che fare per stoppare tutto? I timori producono le soluzioni più disparate: blocchiamo l’autostrada, andiamo in consiglio comunale in massa, dobbiamo reagire, ce lo dovevano dire in campagna elettorale, il campo nomadi è lì da 40 anni, rimanga lì, se li portino in piazza Cavour e a San Giuliano, hanno auto che noi ce le sogniamo, un accertamento fiscale non lo si può fare? Ci sarebbe spazio anche per idee balzane: «Se ne trovo uno lo butto giù dal balcone», «mettiamo i petardi nel campanello del sindaco». Per non parlare dell’inarrivabile, «io non sono razzista, io il Rom lo odio». Ma le risate riconducono tutto alle giuste proporzioni.

A questo punto non resta che stabilire le prossime azioni. I vari comitati devono dialogare e creare un unico grande soggetto di lotta. E poi? Fare sentire il fiato sul collo a giunta e maggioranza. Il consiglio di questa sera è la prima occasione: andiamo tutti, cento, duecento, mille, cinquemila. «Andiamo a dire non ci stiamo».

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