FORLI'

18/09/2018 - 09:13

di FABIO BLACO

«Anch’io potevo morire con mio padre. Ora siamo vicini alla verità su Ustica»

Il forlivese all’epoca aveva solo 15 anni e avrebbe accompagnato l’imprenditore in Sicilia

«Anch’io potevo morire con mio padre. Ora siamo vicini alla verità su Ustica»

FORLI'. Il 27 giugno 1980, poco prima delle 21, il volo di linea IH870, un DC9 Douglas della compagnia aerea Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo con 81 persone a bordo si inabissa nel mar Tirreno fra le isole di Ponza e Ustica. Nessun superstite, anzi, molti corpi non furono mai trovati. Stefano Filippi, all’epoca dei fatti 15enne, quella notte perse suo padre Giacomo, di 47 anni. Ora è vice presidente dell’associazione che raggruppa le famiglie delle vittime.

Quando vide suo padre l’ultima volta?

«Lo vidi proprio quel pomeriggio, prima che partisse per Bologna. Quando finiva la scuola io e il mio fratello maggiore Mario davamo una mano in azienda, andavo spesso con lui, gli portavo la borsa, prendevo appunti, ero il suo segretario. Aveva clienti anche a Napoli e ci andavamo in auto ma quella volta per raggiungere la Sicilia aveva pensato di prendere l’aereo, era la prima volta per entrambi. Io non stavo nella pelle, avevo già il biglietto, poi in azienda sorse un problema e mio padre preferì lasciarmi a casa per aiutare mio fratello. Non la presi molto bene».

Poi la sera avete saputo che l’aereo era caduto

«No, non la sera. Mio padre ci chiamò dall’aeroporto verso le 19 per dirci che il volo era in ritardo e che su Bologna era in corso un violento temporale, salutò mia madre e noi dopo cena andammo a letto. La mattina dopo, intorno alle 7, squillò il campanello di casa, alla porta un amico chiese di mio padre, mia madre non fece in tempo a dirgli che era in Sicilia e lui scoppiò a piangere e a urlare che l’aereo non era mai arrivato. Mi crollò il mondo addosso. Il giorno dopo mio zio partì per Palermo, per un eventuale riconoscimento, ci dissero, ma non ce ne fu bisogno, non fu mai trovato».

Cos’era successo?

«Cedimento strutturale. La compagnia Itavia era in sofferenza, usava velivoli di seconda mano, le revisioni lasciavano desiderare, era la prima low cost italiana. Alla fine di quell’anno cessò le operazioni di volo, in amministrazione straordinaria dall’anno seguente persero il lavoro un migliaio di dipendenti. Così ci disse lo Stato italiano e noi ingenuamente ci siamo fidati».

Poi però ricevete una telefonata da Daria Bonfietti, che nella strage perse il fratello Alberto. Vi propone di unirvi in una associazione con lo scopo di accertare la verità dei fatti di quella tragica notte.

«Penso che la nascita dell’associazione sia stata di fondamentale importanza. Daria in questi trent’anni ha fatto da collante, arcigna, determinata a raggiungere la verità e non disponibile a compromessi. Ancora non abbiamo raggiunto lo scopo e quindi tutt’ora stiamo lavorando costantemente, non solo per sollecitare e stimolare i magistrati ad andare avanti, ma anche per mantenere viva la memoria di quei fatti».

Negli anni si è passati dal cedimento strutturale, all’esplosione a bordo, al missile o alla collisione in volo con un altro aereo, il tutto condito con depistaggi, morti sospette e muri di gomma, con quali sentimenti avete vissuto questi anni?

«Per qualche anno credemmo alla tesi del cedimento strutturale, poi il giornalista Andrea Purgatori, che all’epoca lavorava per il “Corriere della Sera”, ricevette una telefonata anonima che lo invitava a fare luce su quell’incidente, perché Ustica, secondo l’interlocutore, sarebbe stato un atto voluto e deliberato e non avvenuto per caso. Viene escluso il cedimento strutturale e quando nel 1987 recuperano l’aereo, a 3.700 metri di profondità nel mar Tirreno, insieme ai detriti del DC9, emerge anche il serbatoio esterno di un aereo militare. Si inizia a parlare di una deflagrazione a bordo, forse una bomba nella toilette, ma proprio quella parte della fusoliera risultava essere meno danneggiata e poi buona parte degli oblò erano ancora integri, il che escludeva una esplosione a bordo. Poi c’è la perizia del tecnico americano che visualizzando il tracciato del radar civile di Ciampino evidenzia una manovra di attacco con un missile in volo. Quel radar è l’unico in funzione quella sera perché tutti quelli militari erano spenti per un’esercitazione segreta, così come risulteranno spenti anche quelli della portaerei americana Uss Saratoga in rada a Napoli. Addirittura non risultano militari in servizio presso i nostri radar, però erano presenti nel foglio mensa. Forse erano troppo impegnati a ritagliare in modo certosino le pagine dei registri con i tracciati radar. Che dire poi della portaerei che a detta del suo comandante non avrebbe mai lasciato gli ormeggi, ma che non è presente in nessuna delle foto di rito che gli sposi napoletani si fanno al termine della cerimonia con il mare sullo sfondo e che dimostrano la sua assenza per ben 18 ore. Così abbiamo scoperto la verità».

Quanto sono attendibili le dichiarazioni dell’aiuto nocchiere Brian Sandlin?

«Nel 1980 era un giovane marinaio, in servizio da un anno, che quella notte si trovava nella plancia di comando della Saratoga, vede i Phantom rientrare sul ponte senza i missili aria-aria, ha una consegna da rispettare e da bravo soldato lo fa. Poi si spaventa quando pochi giorni dopo il furiere addetto ai report dei piloti viene ritrovato morto a seguito di una strana rapina in un vicolo di Napoli. Ora che è in pensione ha deciso di parlare e i magistrati italiani qualche giorno fa l’hanno interrogato».

Il maresciallo dell’Aeronautica militare Giuseppe Dioguardi terminata la sua audizione in Commissione stragi disse: «scoprite il giallo del Mig libico sulla Sila e troverete la verità su Ustica», a cosa si riferisce?

«Ufficialmente cadde sulla Sila il 18 luglio ma il corpo del pilota era in avanzato stato di decomposizione e i medici da una prima ispezione cadaverica dichiararono che era morto da una ventina di giorni, quindi presumibilmente la stessa notte del Dc9. Lo stesso comandante della Saratoga parlando all’equipaggio disse che alcuni Mig libici si erano mostrati ostili e che avevano dovuto abbatterli».

Finora cosa è stato chiarito e cosa invece manca?

«La Giustizia ha fatto tanto, molti processi sono ancora in corso e sono state emesse diverse sentenze che però lo Stato ha sempre appellato, fino all’ultima di Cassazione a favore della Itavia con un cospicuo risarcimento per i danni subiti a seguito dell’evento. Molto dipenderà dalla volontà dell’attuale Governo che presto incontreremo».

Daria Bonfietti, presidente della vostra associazione, ha dichiarato che siamo vicini alla verità, quanto?

«Siamo molto vicini alla verità, ovvero, non siamo mai stati così vicini, ma quel poco che manca dipenderà dalla politica».

Perché secondo lei hanno nascosto la verità? Cosa c’è di più importante di 81 vittime civili?

«Questo ce lo devono dire loro. Sicuramente l’ordine è arrivato dall’alto, dal punto di vista internazionale noi contavamo veramente poco in quegli anni e avevamo molti scheletri nell’armadio. In barba ad un embargo nei confronti del loro Paese i libici continuavano a sorvolare i nostri cieli per raggiungere l’ex Jugoslavia per fare manutenzione ai loro Mig e per addestrare i piloti probabilmente proprio presso le nostre basi».

Ora l’aereo è a Bologna, parte integrante dell’installazione permanente dell’artista Christian Boltanski, cosa rappresenta per voi?

«Io il relitto non lo avevo mai visto quando era all’interno dell’hangar a Pratica di Mare perché era secretato da un’istruttoria giudiziaria. Poi, appena questa è stata chiusa, abbiamo chiesto di entrarne in possesso. I Vigili del Fuoco di Roma con diversi autoarticolati ce lo hanno portato a Bologna dove finalmente lo abbiamo lavato e rimontato negli ex locali del Tramvai. Per noi quel relitto rappresenta tanto perché è l’ultima cosa che hanno visto i nostri cari, dentro quella carlinga ridotta in mille pezzi ci sono i loro ultimi pensieri, è stata la loro ultima casa e la loro tomba per sempre».

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