FORLI'

28/06/2018 - 15:18

di GAVINO CAU

Presunti maltrattamenti al San Camillo: fine indagine, quattro a rischio processo

Oltre all’ex direttore e ad una collaboratrice, nei guai ci sono anche un medico e una infermiera

Presunti maltrattamenti al San Camillo: fine indagine, quattro a rischio processo

FORLÌ. Indagini concluse e quattro indagati che rischiano il processo nel caso dei presunti maltrattamenti all’Opera San Camillo di Predappio. La denuncia di una operatrice della struttura aveva permesso di portare alla luce ipotesi di violazioni ai danni dei pazienti anziani, legati a letti, sedie, divani, termosifoni, bloccati ai polsi, alle caviglie, all’addome, non per reali prescrizioni mediche o perché pericolosi, ma soltanto per tenerli sotto controllo, visto che il personale non era abbastanza.

Le ipotesi

Il Procuratore reggente Filippo Santangelo ha depositato il 415 bis, vale a dire l’avviso di fine indagini, comunicato ai quattro indagati. All’ex direttore della struttura socio assistenziale, padre Riccardo Ratti, 61 anni, dell’Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, e ad Elisa Perugini, 41enne, operatrice socio sanitaria, tra le più strette collaboratrici del direttore, raggiunti il 27 settembre scorso dalle ordinanze applicative della misura cautelare interdittiva della sospensione dall’esercizio del pubblico servizio della durata di 4 mesi, si sono aggiunti il medico di base Giuseppe Capelli, 63 anni, e l’infermiera Daniela Casadei, 39 anni. Per padre Ratti, la Perugini e la Casadei le accuse sono di maltrattamenti e sequestro di persona, mentre per Capelli l’accusa è di falso. Il prossimo 22 novembre si deciderà se verranno processati o se il giudice non riterrà sufficienti gli elementi raccolti dall’indagine della Squadra Mobile di Forlì, diretta dal dirigente Mario Paternoster, in collaborazione con il Servizio centrale operativo della Polizia.

Il blitz della Polizia

L’indagine era iniziata all’inizio del 2017 quando alla Squadra mobile era arrivata la segnalazione di comportamenti non consoni adottati dentro la struttura. È stata un’operatrice che lavorava all’interno, che aveva visto i pazienti legati e che aveva anche avuto delle discussioni con i vertici del San Camillo circa la regolarità di quelle procedure per il contenimento dei pazienti, a fornire le prime indicazioni e anche il primo materiale probatorio dal quale sono partiti gli approfondimenti della Polizia, che poi ha realizzato anche riprese video per testimoniare cosa accadeva all’interno del San Camillo di Predappio, centro di accoglienza con una trentina di pazienti: per 5 o 6 dei quali sono state riprese le costrizioni alle quali erano obbligati, senza una reale necessità medica. Polsi, caviglie, addome, legati a qualsiasi oggetto vicino ai pazienti, per ore e ore, senza possibilità neanche di adempiere alle normali funzioni corporee. A volte con il consenso scritto dei familiari, ignari però, secondo gli inquirenti, che quelle operazioni non erano necessarie, se non per tenere sotto controllo chi magari era più irrequieto di altri. Erano state sequestrate le cartelle cliniche dei pazienti per valutare eventuali necessità o prescrizioni mediche di contenimento, e poi sentiti gli altri operatori impegnati all’interno del San Camillo per capire se eseguivano ordini o se erano a conoscenza che quelle pratiche erano illegali. Ora le indagini sono arrivate a conclusione e per i quattro indagati c’è il rischio di finire a processo.

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