FORLI'

Don Garbin e gli ebrei salvati: «Sì, merita di essere tra i Giusti»

Unanime la reazione delle persone che hanno conosciuto di persona il salesiano. La vicenda di coraggio e solidarietà emersa per la prima volta sulle pagine del “Corriere”

30/04/2018 - 12:57

Don Garbin e gli ebrei salvati: «Sì, merita di essere tra i Giusti»

FORLI'. Don Pietro Garbin “Giusto tra le nazioni” per aver salvato una famiglia ebrea durante la guerra. La notizia anticipata ieri dal “Corriere” ha rallegrato coloro che hanno conosciuto di persona il salesiano arrivato a Forlì nel 1942, pur rivelando una pagina di storia assolutamente inedita.

Così come quella della liberazione di 150 prigionieri dai tedeschi grazie alla mediazione della donna ebrea, proveniente da Vienna col marito e il figlio Bruno Laufer - oggi ultra80enne presentatosi all’Opera salesiana di Forlì nei giorni scorsi proprio per chiedere notizie del religioso - accolti da don Garbin e in grado di “mimetizzarsi” grazie alla loro conoscenza della lingua tedesca. E fu proprio questa, pur sfidando il pericolo di essere scoperta, che permise alla donna di instaurare un rapporto prezioso con l’ufficiale tedesco, anche lui di Vienna, convincendolo prima a liberare il marito e poi, racconta il figlio Bruno, altre 150 persone. «Don Garbin era una persona splendida, che ha dimostrato grande coraggio in quegli anni terribili», sottolineano in coro Edelweiss Gagliardi, che conobbe il sacerdote a 17 anni, e Giovanni Tassani, studioso ed ex assessore alla cultura, che fu battezzato proprio dal religioso per poi restare al suo fianco frequentando tutte le Opere salesiane. «Il fatto che abbia salvato una famiglia ebrea non ci meraviglia», dicono. «Sapevamo che ospitava nel campanile di San Biagio probabilmente dei renitenti alla leva», puntualizza Gagliardi, che il 7 settembre 1952 celebrò il suo matrimonio con la moglie Silla proprio davanti a don Garbin. Per tutti e due la possibilità che entri nella schiera dei “Giusti tra le nazioni” - come chiederà Bruno Laufer portando la testimonianza della propria famiglia al Museo della memoria di Gerusalemme - sarebbe il degno riconoscimento del suo costante impegno per il prossimo. «Ricordo – conclude Gagliardi – di averlo visto frugare tra le macerie del bombardamento del 10 dicembre 1944, che distrusse San Biagio, per soccorrere i feriti e recuperare i morti». «A lui si deve anche – gli fa eco Tassani – l’apertura e la difficile gestione dell’ospedale da campo all’interno del palazzo di via dei Mille».

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