FORLI'

06/04/2018 - 11:04

di ENRICO PASINI

«Tutta la città si mobilitò per dare un volto agli assassini di Ruffilli»

L’allora assessore all’edilizia Zelli racconta lo sgomento delle prime ore e la reazione corale

«Tutta la città si mobilitò per dare un volto agli assassini di Ruffilli»

FORLI'. Sabato 16 aprile 1988 due terroristi delle Brigate Rosse, travestiti da postini, assassinarono nello studio della sua abitazione di corso Diaz, 116 il senatore democristiano Roberto Ruffilli. A trent’anni dalla pagina più buia della storia di Forlì, il “Corriere” ripercorre quei giorni con i ricordi e le testimonianze di chi li visse “in prima linea”.

È il caso di Gabriele Zelli, assessore all’edilizia pubblica nella giunta del sindaco Giorgio Zaniboni, che fu coinvolto in prima persona nella complessa gestione della risposta che in tutte le sue componenti la città diede di fronte all’attacco. Una risposta ferma e forte sin dal ricordo del giorno dell’attentato.

Renato o Roberto?

«Erano le 17 e io mi trovavo al Ginnasio sportivo per assistere a una partita di volley assieme al fotografo Sante Montanari – ricorda –. Il custode venne a chiamarlo e dopo pochi istanti corse da me in tribuna dicendo che doveva correre in corso Diaz perché era stato ucciso Renato Ruffilli». Come, Renato? «Sì, appunto. Gli dissi che Renato, professore al Liceo Classico ed ex amministratore democristiano, non abitava lì e scesi con lui per appurare la cosa. In realtà si trattava di Roberto, ma l’equivoco è emblematico del fatto che la grande maggioranza dei forlivesi non conoscesse il professor Ruffilli. A parte i suoi colleghi e gli amici salesiani forse. Anch’io con lui avevo un rapporto occasionale». Che clima si respirava? «Incredulità, sconcerto, mai la città aveva vissuto il terrorismo. Dopo poco andai in Municipio e con il sindaco iniziammo a pensare a quale risposta dare. Riunimmo per la mattina seguente i consigli comunale e provinciale in seduta straordinaria e solenne, partecipò tutta la politica locale e tanti esponenti nazionali tra cui il segretario Dc Arnaldo Forlani, poi organizzai i funerali in Duomo. Furono partecipatissimi, un segno di quanto sarebbe successo da lì a poco».

Risposta compatta

Ecco, Forlì come reagì? «Se le indagini furono così celeri nell’individuare i colpevoli fu grazie alla collaborazione dei nostri concittadini che diedero informazioni basilari. Non solo, in 35 si recarono poi a testimoniare al processo. Partecipazione che colpì anche i media nazionali».

Processo a tutti i costi

Già il processo, una gestione complessa. «Non si pensava che potessimo ospitarlo non avendo un’aula bunker; si ragionò del Villa Romiti, poi Zaniboni e il Procuratore Ugo De Castro si impuntarono e partì un lavoro immane in appena 3 mesi. Ci fu chiesto di mettere in sicurezza il Tribunale, di spostare il mercato da piazza XX Settembre e di garantire una corsia libera in via Della Rocca a fianco del carcere. Spendemmo 250 milioni di lire e tutto andò liscio. La tensione, però, era quotidiana: il sindaco comprò per me il primo cellulare della storia di Forlì. Una notte alle 2 sotto il diluvio i Carabinieri del Ros mi fecero aprire in via Trento il canale Ravaldino temendo che potesse essere usato per scavare un tunnel».

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