600 ANNI

Paolucci incanta su Sigismondo: «Un vero riminese»

L'ex direttore dei Musei Vaticani al Teatro degli Atti ha tenuto la sua conferenza sul Tempio Malatestiano

di SALVATORE BARBIERI

01/12/2017 - 12:42

Paolucci incanta su Sigismondo: «Un vero riminese»

RIMINI. «Prima di morire, spero di vedere terminato il teatro Galli». E scoppia l’applauso con contestuale incrocio delle dita. Antonio Paolucci, prima ancora che grande esperto d’arte apprezzato a livello internazionale, è orgogliosamente cittadino della sua Rimini. E la terra natia gli ha tributato ieri pomeriggio agli Atti l’ennesimo omaggio, accorrendo in massa (teatro stracolmo) ad ascoltare la sua conferenza su Sigismondo Malatesta e il Tempio Malatestiano.

Paolucci è stato introdotto dall’assessore alle Arti del Comune, Massimo Pulini, che ha ricordato come dal 16 dicembre sia in programma alla Far di piazza Cavour la mostra “Lumen. I rilievi di Agostino Di Duccio fotografati a lume di candela”. Una serie di immagini di Nino Migliori, scattate all’interno del Tempio Malatestiano, lavorando dalle 20 all’1 di notte esclusivamente a lume di candela per rendere l’atmosfera esatta che si percepiva all’epoca di Sigismondo nel visitare il Tempio Malatestiano: «Risalta – ha detto Pulini – il gotico del Tempio. Grazie a Migliori, questo ragazzino di 93 anni...».

E mentre sullo sfondo scorrevano proprio le foto di Migliori, Paolucci, già direttore dei Musei Vaticani, ha tenuto la sua lezione, più da storico tout court che da storico dell’arte, affascinando la silenziosa e attenta platea: «L’iscrizione A.D. 1450 sulla porta del Tempio non è l’anno dell’inaugurazione (verrà completato a metà del 1500) ma indica l’annus mirabilis di Sigismondo. In quell’anno e in quelli immediatamente precedenti, ricevette grandi onori a Venezia e Firenze che aveva servito vittoriosamente in battaglia; incontrò papa Niccolò V che lo “incoronò” capitano del papato; e per giunta morì sua moglie Polissena Sforza, così che lui poté coronare il suo sogno d’amore con Isotta degli Atti. Aveva 33 anni ed era sul tetto del mondo».

«Sigismondo a quel punto – continua Paolucci – voleva per sé un monumento classico, come quelli romani, che lo celebrasse come duce vittorioso, discendente degli Scipioni. Perfino il suo acerrimo nemico papa Pio II Piccolomini, uno dei più grandi intellettuali dell’epoca, disse di lui che “poteva essere tutto quello che voleva”. Ma poi lo accusò di ogni infamia e sottolineò che il Tempio Malatestiano sembrava un luogo di culto pagano. In effetti è la chiesa meno chiesa che si conosca... Ma al suo interno le sculture di Agostino Di Duccio (doveva essere questo il tema, invece appena accennato, della conferenza, ndr) sono melodiose, sembrano liberty, 600 anni prima del Liberty. La più bella è quella di Rimini vista a volo d’uccello con i suoi monumenti, dominata da un grande granchio a simboleggiare il segno zodiacale di Sigismondo, il Cancro».

Il quale Sigismondo, conclude Paolucci, era un riminese non solo nella smania di grandezza, «ma anche nell’understatement e nell’autoironia. Tant’è che, essendo già nella fase del suo declino, in una lettera ai Medici scrisse: “Si dice che chi possiede tanto abbia tanti pensieri. A me è rimasta poca roba, ma pensieri assai...”».

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