EMANUELE SALCE

09/11/2017 - 12:11

di IRENE GULMINELLI

La confessione ironica e tragicomica di un orfano d'arte

Al teatro Villa il figlio dell'indimenticabile Luciano racconta il padre e gli intrecci con la famiglia Gassman

La confessione ironica e tragicomica di un orfano d'arte

SAN CLEMENTE. Dopo oltre duecento repliche e sei anni di applausi e apprezzamenti dalla critica nazionale, domani al teatro Villa di Sant’Andrea in Casale (frazione di San Clemente) arriva Emanuele Salce con il suo spettacolo “Mumble, mumble… ovvero confessioni di un orfano d’arte”.

Emanuele Salce, oggi affermato attore di teatro e di cinema (ha lavorato con Ettore Scola, Pupi Avati, Ricki Tognazzi, Pappi Corsicato, Lillo e Greg) è figlio del grande attore e regista Luciano, nonché figlio “adottivo” di Vittorio Gassman; dalla storia intrecciata delle sue famiglie ha realizzato una messinscena intelligente e spassosa, che interpreta insieme all’attore Paolo Giommarelli, ora complice, ora provocatore della tragicomica “confessione”.

La direzione artistica di Città Teatro ospita Salce nell’ambito del progetto “Unici. Eredi e famiglie d’arte nel teatro del ’900”, una riflessione sul ruolo del teatro di tradizione nel panorama contemporaneo che culminerà con un convegno all’Università di Verona alla fine di novembre.

Dopo il documentario “L'uomo dalla bocca storta” (presentato tra gli eventi speciali della Festa del cinema di Roma 2009, menzione speciale come miglior documentario sul cinema ai Nastri d'argento 2010) e il libro scritto insieme a Andrea Pergolari “Luciano Salce: una vita spettacolare” (Roma, Edilazio, 2009), l’attore ha deciso di raccontare la figura paterna anche con uno spettacolo teatrale.

Com’è nato?

«È nato quasi per caso quando un teatro privato mi commissionò un lavoro per conoscermi meglio artisticamente – racconta Salce –. Era il 2009 e recitavo da poco, quindi mi sentivo un po’ a disagio. Il mio primo “parto d’autore” (che al momento è anche l’unico) è arrivato così in maniera catartica e necessaria. Raccontando la storia della mia famiglia parto dai due funerali di mio padre e di Vittorio, ma nel corso della narrazione non parlo tanto di loro quanto di questo ragazzo che, reduce da una notte etilica, si trova a fare i conti con la sua inadeguatezza in questa particolare circostanza».

Qual è il registro registico?

«Il registro è ironico e tragicomico. Racconto della follia e della assurdità di certi gesti da cerimonia ripetuti come codici; di personaggi bizzarri che coinvolgono il protagonista in dialoghi assurdi (come l’incaricato delle pompe funebri che gli sottopone vari modelli di bare o l’infermiera che si lamenta perché l’abito del padre non veste bene). Tutto è raccontato con onestà, sincerità e soprattutto autoironia, perché il prendersi troppo sul serio non è ciò che mi è stato insegnato. Anche quando racconto del terzo funerale immaginario, il mio, lo faccio sempre per rappresentare l’umanità in cui tutti siamo uguali e ci ritroviamo a ridere di noi stessi in questo scambio che è rappresentato al meglio dal teatro, sinonimo di comunicazione e condivisione».

Hai dei bei ricordi legati alla Romagna?

«Per me è una fortuna venire in questa regione che è una delle poche in cui si respirano ancora vitalità, intelligenza e amore per questa professione. Il vostro pubblico è sempre molto presente mentre appena si comincia a scendere più giù comincia lo sfacelo, che è poi lo specchio del Paese».

Info e prenotazioni: 391 3360676 (lunedì-venerdì ore 10-13), teatrovilla@cittateatro.it scrivendo nome, numero di posti richiesti e spettacolo scelto

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