A TEATRO

«Identità di genere: quelle etichette che ci bloccano»

Le Città Visibili mette in scena questa sera al Teatro degli Atti di Rimini una storia vera

di SERENA MACRELLI

08/11/2017 - 13:21

«Identità di genere: quelle etichette che ci bloccano»

SERENA MACRELLI

Una storia vera, diventata un saggio, un graphic novel e infine uno spettacolo. Nasce così “Suzanne”, dell’associazione Le Città Visibili, in scena questa sera al Teatro degli Atti. Dalle suggestioni in bianco, nero e rosso del disegno di Chloè Cruchaudet, dal racconto dei francesi Virgili e Voldman, ecco la drammaturgia, firmata da Linda Gennari, Tamara Balducci e Lorenzo Garozzo, che ha già conquistato premi e successo di critica.

Nella Francia dei primi decenni del Novecento, i coniugi Paul e Louise cercano di sfuggire alla violenza della Prima guerra mondiale. Paul diventa un disertore e deve nascondersi. Per uscire da casa senza farsi riconoscere decide di vestirsi da donna. Inizia così il suo personale percorso alla scoperta della Suzanne che è in lui. Un percorso sofferto che porterà il protagonista a fare i conti con il proprio passato e le sue più profonde memorie.

Un altro spettacolo dalla forte emotività per la riminese Linda Gennari che, dopo la scuola di teatro Galante Garrone a Bologna, ha intrapreso una carriera artistica che l’ha portato a recitare al fianco di attori come Placido o Haber e a essere diretta da registi del calibro di Leo De Bernardinis.

Come è nata l’idea e il desiderio di portare in scena questa storia?

«Questa vicenda ci ha subito colpito. La ricerca della propria identità di genere è un tema molto attuale, ma è particolare il fatto che questa storia sia accaduta durante la Prima guerra mondiale. È la dimostrazione che è un tema universale. Vogliamo rappresentare l’inconsistenza e l’inefficacia delle barriere di genere, ma anche mettere in discussione tutte le forzature e le etichette che bloccano in modo rigido le identità».

Rimini, andata e ritorno. Qual è il suo rapporto con la sua città?

«È un rapporto di amore e odio, è un cordone ombelicale che tira ma non si spezza. Vivo tra Roma e Milano, ma torno spesso qua. Ora però vedo Rimini con gli occhi di chi è cresciuta professionalmente. Certamente senza le esperienze avute con Alcantara Teatro quando ero giovanissima non sarei probabilmente quella che sono oggi».

Sono tanti i successi: ora è in tournée con “Il malato immaginario” del Teatro Franco Parenti insieme a Gioele Dix, oltre a essere una delle protagoniste di “Bull” che arriverà al Novelli di Rimini l’11 febbraio.

«Uno spettacolo a cui tengo moltissimo perché si regge tutto sulla sola recitazione, oltre ad affrontare il tema delicatissimo del mobbing con un’ironia e una ferocia per niente convenzionali».

Essere attrici di teatro, giovani e belle, è difficile e porta a rischi come nel mondo del cinema?

«Purtroppo spesso si attuano dinamiche di potere giocate anche su aspetti della vita privata. Questo è un atteggiamento molto più diffuso di quanto le persone si aspettino. Certo, nell’ambiente del cinema c’è un risvolto di popolarità e ricchezza maggiore che in teatro, ma anche a me è capitato di essere più o meno molestata. Bisogna corazzarsi e stare attente, proteggere se stesse e la dignità del proprio lavoro».

Regia di César Brie. In scena: Linda Gennari, Tamara Balducci e Giacomo Ferraù. Inizio alle 21.

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