TEATRO

01/02/2019 - 06:39

di GIULIA FARNETI

Daniele Pecci a Cattolica in scena con Il fu Mattia Pascal

«Mattia Pascal è la causa dei suoi mali. Ognuno di noi è il giustiziere di se stesso»

Daniele Pecci a Cattolica in scena con Il fu Mattia Pascal

Un uomo che si ribella, rifiutando le convenzioni e la maschera che è costretto a portare per intraprendere un viaggio cercando un’individualità vera, la libertà, l’amore autentico, la giustizia, l’onore, un’acrobazia della coscienza sull’incoscienza, della morte sulla vita in un continuo sali e scendi di personaggi, tra traditi e traditori, vittime e carnefici. Questo e molto altro andrà in scena al Teatro della Regina di Cattolica questa sera alle 21.15 con il capolavoro pirandelliano Il fu Mattia Pascal.

Prodotta da Arca Azzurra Teatro, La Contrada – Teatro Stabile di Trieste e Abc Produzioni e diretto da Guglielmo Ferro, la pièce teatrale, oltre a un numeroso cast, vede come protagonista indiscusso un intenso Daniele Pecci. Lo abbiamo visto nei ruoli più diversi, mantenendo quella classe e quella gentilezza che lo contraddistinguono nel mondo attoriale italiano. Non solo piccolo e grande schermo, ma anche molto teatro; quest’ultimo, una vera e propria passione iniziata in adolescenza. Da quel momento, Daniele Pecci non si è più fermato. Con lui abbiamo parlato de Il fu Mattia Pascal ma non solo.

Pecci, quali sono stati i motivi che le hanno fatto dire sì a questo progetto progetto teatrale?

«Non essendo un testo teatrale, non era nella scaletta dei miei sogni. Quando si è poi manifestata la possibilità concreta di portarlo in scena, non potevo certo rifiutare. C’era la possibilità di scrivere il testo per il teatro, inoltre c’era un grande personaggio da interpretare».

Lei veste i panni del protagonista: un uomo in bilico tra realtà e finzione, tra vita e morte, ma com’è il suo Mattia Pascal?

«È uno spettacolo che sin dalla scrittura si è posto la necessità di essere il più fedele possibile al romanzo sia per i contenuti sia per le parole che sono esclusivamente pirandelliane, sia per la struttura cronologica delle vicende».

Mattia, attraverso la coscienza del vivere, comprende che è proprio la vita una prigione di forme provvisorie e vane. Oggi siamo liberi di scegliere oppure no?

«La libertà di scelta è molto spesso illusoria; credo che si debba essere dei veri e propri rivoluzionari nell’animo per riuscire a vivere al di fuori di determinate regole imposte dalla società in cui si vive. Siamo abbastanza prigionieri in realtà; ci può essere qualcuno che riesca a stare al di là di rigidi schemi, ma è una lotta continua e, secondo me, non si riesce a starne veramente fuori».

Sono diverse le tematiche affrontate: l’uomo che si ribella, che rifiuta le convenzioni e la maschera che è costretto a portare. Siamo più vittime o carnefici di noi stessi?

«Mattia Pascal è la causa dei suoi mali; peccando di ingenuità e avventatezza, commette una serie di errori e si ritrova così ad essere il carnefice di se stesso. Ritengo che anche ognuno di noi sia il giustiziere di se stesso, un po’ di più di quanto non siamo vittime».

Qual è la modernità, secondo lei, de “Il fu Mattia Pascal”?

«Più che di modernità credo si debba parlare di contemporaneità; se la prima può terminare in un breve lasso di tempo, la secondo viaggia costantemente con noi accompagnandoci. La forza della poetica pirandelliana è quella di raccontare tutti i grandi drammi dell’uomo del Novecento, più di qualsiasi altro».

Lei ha calcato i palcoscenici più importanti: quale ritiene sia il compito del teatro?

«Ha una funzione sociale molto grande ma, nel senso letterale del termine non serve, non essendo un bisogno primario. Il teatro è il luogo in cui l’uomo va, più che in qualunque altra arte, a vedere sé stesso, a cercare di capirsi, a sentirsi meno solo nell’universo infinito perché fa compagnia con sé stesso. È un posto che divide: c’è chi lo ama e ne ha bisogno, chi lo detesta e chi non lo comprende fino in fondo. Riesce a essere inutile per qualcuno ma anche necessario per qualcun altro».

Perché ha scelto questo mestiere? Cosa significa essere attore?

«Cercando di fare un’analisi profonda di me stesso, scopro che c’è una spinta molto forte a condividere il bello e una sorta di bisogno divulgativo. Quando si ha la fortuna di scoprire la bellezza, ritengo che si debba condividere con più persone possibili».

Tra i tanti ruoli che ha interpretato, quello che l’ha fatta entrare nel cuore del grande pubblico è stato quello di Pietro Pironi nella fiction “Orgoglio”. Perché secondo lei?

«Si è trattato di un grande progetto della Titanus, fra le più grandi case cinematografiche al mondo, che aveva deciso di festeggiare i cento anni di attività producendo uno sceneggiato per Rai1 che costava quanto dieci film, con un cast di decine di attori, centinaia di comparse, molto pubblicizzato nel momento d’oro della fiction, con 12 milioni di telespettatori. Pietro Pironi era un personaggio dai valori positivi forti; è stato quasi un supereroe per i più».

Ha partecipato anche a “Fortapàsc”, il film di Marco Risi sulla breve esistenza e la tragica fine del cronista Giancarlo Siani. Quale ritiene sia il compito del giornalismo negli anni che stiamo vivendo?

«Credo che abbia una funzione ben precisa, molto pratica e che andrebbe presa alla lettera; spesso invece non è più così. Il giornalismo della carta stampata e televisivo di oggi, soprattutto quello che si occupa di politica, ha perso il senso di cosa significhi fare cronaca».

Tre ruoli teatrali molto intensi sono stati anche “Edipo re” per la regia di Daniele Salvo e l’“Enrico V” di Shakespeare, di cui firma anche adattamento e regia, e l’“Amleto”. Che ruoli sono stati?

«Sono state tre vette della mia carriera: sono stati tre ruoli primari, i piedi su cui poggia la rappresentazione dell’uomo nella scrittura universale del teatro. Per me non c’è niente di più bello e di più grande. È stato un vero onore averli portati in scena; li ricordo con nostalgia e gratitudine anche della mia stessa volontà. È come se fossero tutti e tre dei miei figli».

Da attore affermato, cosa consiglierebbe a quei giovani che vogliono intraprendere la carriera di attori ma che per vari motivi smettono?

«Se mollano la presa, è giusto così perché significa che non c’è abbastanza volontà. In questo disgraziato Paese è un mestiere molto difficile perché pone continue selezioni. Non c’è lavoro, è quasi impossibile riuscire a lavorare costantemente e a mantenersi. Chi fa teatro deve stare per molti mesi lontano da casa, avere le valige sempre pronte per spostarsi da un posto all’altro macinando migliaia di chilometri, ogni giorno in un posto diverso con una salute non cagionevole, tenendo bene a mente il perché ha deciso di inseguire questo percorso».

Info: 0541 966778
info@teatrodellaregina.it

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