LO SPETTACOLO

15/12/2018 - 07:04

Moni Ovadia al teatro Astra di Bellaria

L'artista riporta sul palco la voce del narratore Simkha Rabinovich pronto a raccontare il “vagabondaggio culturale e reale”

Moni Ovadia al teatro Astra di Bellaria

Una zattera in forma di piccola scena approdava in teatro venticinque anni fa. Trasportava sei vagabondi, cinque musicanti e un narratore di nome Simkha Rabinovich. La sua voce tornerà a raccontare ammalianti storie questa sera al teatro Astra di Bellaria grazie allo spettacolo Dio ride. Nish koshe di e con Moni Ovadia e con le musiche della Moni Ovadia Stage Orchestra. Filo conduttore del suo lavoro è la tradizione composita e sfaccettata, il “vagabondaggio culturale e reale”, del popolo ebraico, di cui egli si sente figlio e rappresentante: quell’immersione continua in lingue e suoni diversi ereditati da una cultura che le dittature e le ideologie totalitarie del Novecento avrebbero voluto cancellare e di cui si fa memoria per il futuro.

Ovadia, cosa accadrà questa sera a teatro?

«Dopo un quarto di secolo di erranza, Simkha Rabinovich e i suoi compagni di strada, ritornano per continuare la narrazione di quel popolo sospeso fra cielo e terra in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino ineffabile presente e assente. Torno ad affrontare il tema dell’esilio, della dispersione di un popolo che però continua a trovare muri e fili spinati: in scena c’è un chiaro richiamo a quello della Palestina. Sono sempre contro ogni tipo di nazionalismo ma più che la politica questo lavoro affronta la spiritualità, anche con il paradosso e l’umorismo».

Le musiche hanno ancora una volta un ruolo fondamentale.

«Sì, qui spaziano dal liturgico al paraliturgico e sono canti che accompagnano in una dimensione interiore e spirituale. Si riflette su Dio, sulla sua esistenza o non esistenza, sulla possibilità che secondo me hanno gli uomini di cercarlo più che di trovarlo. Il sottotitolo “Nish koshe” significa infatti “così così” e nasconde un aneddoto: da ragazzo chiesi a un amico che aveva un ritardo cognitivo se credesse in Dio e lui, guardando il cielo con i suoi grandi occhi azzurri, mi rispose “discreto”. Mi divertì molto la sua risposta. Con il mio impegno cerco di trovare rimedio a ogni violenza e discriminazione».

Cosa pensa della società di oggi?

«Credo sia assurdo che emerga ancora il nazionalismo e ne deduco che le regressioni siano continue nella nostra storia. Lo spiega molto bene un bambino in un video che sta girando ora in rete: perché il colore della pelle dovrebbe rappresentare una differenza? È chiaro invece che siamo un “solo uomo” sulla terra».

Quali sono i suoi progetti futuri?

«Oltre agli impegni per la prossima Giornata della memoria, dopo 16 anni riprenderò il musical Il violinista sul tetto al teatro Nuovo di Milano per una quindicina di repliche tra febbraio e marzo».

Buio in sala alle 21.

Info: www.teatroastrabim.it

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