TEATRO

30/10/2018 - 16:25

di SALVATORE BARBIERI

I fratelli Servillo a Rimini. "Cantiamo poesie e recitiamo canzoni. Il teatro si fa musica, la musica teatro"

Questa sera al teatro Galli per l’apertura della stagione di prosa con il loro originale omaggio a Napoli

I fratelli Servillo a Rimini. "Cantiamo poesie e recitiamo canzoni. Il teatro si fa musica, la musica teatro"

RIMINI. Ognuno per il suo verso, la sua “specialità”, i fratelli Peppe e Toni Servillo stanno alla musica e al teatro italiano come due eccellenze di cui possiamo vantarci. E se il teatro Galli meritava un’eccellenza per inaugurare la sua prima stagione di prosa, questa può senz’altro essere “La parola canta”, spettacolo dove il teatro si fa musica e la musica teatro.

È quanto andrà in scena questa sera sul palcoscenico del ritrovato teatro: un concerto, un recital, una festa fatta di musica, poesia e canzoni che celebra Napoli. I due protagonisti, coadiuvati e sostenuti dal Solis String Quartet (Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio ai violini, Gerardo Morrone alla viola e Antonio Di Francia al violoncello), cantano poesie e recitano canzoni, facendo rivivere e rendendo omaggio ad alcune delle vette più alte della cultura scenica partenopea, fra letteratura, teatro e musica, in una produzione dei Teatri Uniti.

Un filone inesauribile di fantasia e ricchezza poetica da cui nasce e di cui si nutre la creatività scenica straordinaria dei fratelloni partenopei che qui, dopo il successo internazionale dell’eduardiano “Le voci di dentro”, rinnovano in scena il loro irresistibile sodalizio artistico.

«Là dove il teatro talvolta non riesce, la musica ricapitola la nostra esistenza e ci consente di immaginarne un’altra in un luogo che non c’è, totalmente astratto, che non esiste, che non si vede», afferma Toni. Lui che sa anche cantare e Beppe che sa anche recitare si scambiano ruoli e “personaggi” rinnovando una parentela con l’arte che prima di loro i De Filippo mettevano al servizio del pubblico, della cultura e dello spettacolo.

Servillo, lei continua volentieri a pagare tributo alla sua Napolitudine. Sembra che voglia dire: senza radici, senza sapere chi sei e da dove vieni, non vai da nessuna parte!

«Fra letteratura, teatro e musica, “La parola canta” attraversa l’opera di autori classici, come Eduardo De Filippo e Raffaele Viviani, E. A. Mario e Libero Bovio, fino a voci contemporanee come quelle di Enzo Moscato, Mimmo Borrelli e Michele Sovente. È uno spettacolo dove il teatro si fa musica e la musica si fa teatro. Là dove il teatro talvolta non riesce, la musica ricapitola la nostra esistenza e ci consente di immaginarne un’altra in un luogo che non c’è, totalmente astratto, che non esiste, che non si vede. In questo non luogo nasce “La parola canta”: un luogo dove lo spettatore può liberare tutta la sua immaginazione».

Lei e suo fratello pescate in una tradizione pressoché inesauribile: quali sono stati i criteri della scelta dei testi e delle canzoni?

«Con estrema semplicità abbiamo immaginato un percorso poetico musicale in cui restituire al pubblico l’opera di poeti, musicisti e scrittori che di Napoli hanno conosciuto bene la carne e il cuore. I testi dei vari autori moltiplicano il valore dei loro contenuti a confronto con la musica e le canzoni che io e Peppe abbiamo scelto, insieme ai bravissimi musicisti del Solis String Quartet. “La parola canta” si può definire un ritratto, in prosa, versi e musica, di una città divisa fra l’estrema vitalità e lo smarrimento più profondo. Una città di cui la lingua è il più antico segno. Mi piace citare François Truffaut che sosteneva l’importanza delle canzoni, perché aiutano la gente, e faceva dire a un suo personaggio: “Le canzoni dicono la verità. Anche se sono sceme dicono la verità, ma del resto non sono sceme perché non lo sono mai”. E nel caso della canzone napoletana si tratta spesso di autentici capolavori della letteratura musicale mondiale».

Peppe è bravo a recitare quanto lei a cantare e viceversa, o no?

«Questo può stabilirlo il pubblico, ogni sera in palcoscenico».

I paragoni con i De Filippo si sprecano. Ma, aldilà del fatto che è come chiedersi un po’ se Messi è come Maradona o viceversa… forse il terreno del confronto va fatto sulla scrittura. Suo fratello da tempo produce sua musica: quindi attendiamo il suo teatro come autore…

«Certi paragoni sono assolutamente improponibili. Mio fratello Peppe scrive da sempre bellissimi testi per canzoni, sue e di altri interpreti. Io sono un attore che ama mettersi al servizio degli autori, dei testi e dei personaggi che ama».

I nuovo autori napoletani reggono il confronto con i vecchi?

«Spesso ho paragonato Napoli a una Comédie-Française en plein air, un luogo che possiede ancora la dimensione ideale di una città comunque viva rispetto a tante altre. Riferendosi alla vitalità dei suoi cittadini, un antropologo aveva coniato la felice definizione di comportamento sociale recitato. Tale comportamento si alimenta della grande ricchezza di una lingua, che è teatrale per eccellenza e che rendiamo protagonista unica di questo lavoro. Dal confronto fra le generazioni della cultura napoletana emerge una ricchezza ineguagliabile, di cui mi nutro da sempre e di cui mi sento debitore verso questa città. Una ricchezza che cerco di trasmettere, in giro per il mondo, nei suoi aspetti più nobili, riflessivi, tragici».

“La grande bellezza” le ha dato una popolarità mondiale. Come attore la sua carriera è all’apice. Non è ora di passare dietro la macchina da presa?

«Quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, ai tempi de “L’uomo in più”, né io né Paolo Sorrentino avremmo mai pensato di condividere un percorso così entusiasmante. Ma non credo

che farò mai il regista al cinema».

Che film, che spettacoli ha in programma?

«In estate ho girato “5 è il numero perfetto”, opera prima del grande autore di graphic novel Igort, con Valeria Golino e Carlo Buccirosso e a novembre riprenderemo la tournèe internazionale di “Elvira”, partendo da San Pietroburgo per poi andare a Lione, Cluj, Milano, Napoli e Roma».

Un teatro come il Galli di Rimini che torna alla luce dopo 75 anni, che messaggio è?

«Il teatro è un luogo di assemblea civile e la riapertura di un teatro cisì importante dopo tanto tempo è naturalmente un segnale positivo e di speranza per la città e per un Paese che dalla cultura dovrebbe trovare la forza per rinsaldarsi».

Biglietti da 10 a 20 euro.

Info: 0541 793811

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