L'INTERVISTA

12/10/2018 - 10:30

di MARIA TERESA INDELLICATI

Uto Ughi: l’Italia non è più il paese della musica

Il grande violinista questa sera al teatro Masini di Faenza

Uto Ughi: l’Italia non è più il paese della musica

FAENZA. “Teatro Masini musica” ed “Emilia Romagna festival winter” hanno deciso di iniziare la programmazione 2018-19 con un appuntamento d’eccezione: questa sera (ore 21) sale infatti sul palco faentino uno dei più grandi interpreti viventi, il violinista Uto Ughi, accompagnato al pianoforte da Andrea Bacchetti. Nota curiosa: i due artisti sono accomunati dall’essere entrambi ex enfant prodige della musica: se infatti Uto Ughi (Bruto Diodato Ughi) si esibisce per la prima volta all’età di sette anni eseguendo la “Ciaccona” dalla “Partita n. 2” di Bach e alcuni “Capricci” di Paganini, Bacchetti inizia la carriera con Karajan e Horszowski, debuttando a 11 anni alla Sala Verdi a Milano con i Solisti Veneti.

La proposta del concerto faentino è “Note d’Europa”, una scelta di brani del migliore repertorio violinistico europeo tratti dall’ultimo disco del maestro lombardo.

«La mia più recente incisione – spiega appunto Ughi – è una panoramica sulla grande musica europea da Saint Saëns a Chopin e Mozart, da Gluck e Tchaikovsky, a Brahms e Bach, passando anche per nomi meno “risaputi” come Vitali, Veracini, Wieniawsky, Bazzini. È anche un omaggio all’Europa, in anni così particolari per la storia del nostro continente: perciò ho pensato di proporre a Faenza un estratto rappresentativo di questi brani, per raccontare, a modo mio, la grande creazione musicale di sette nazioni rappresentative come Italia, Francia, Spagna, Austria, Polonia, Ungheria, Germania attraverso il brano emblematico di un grande loro compositore che le rappresenta».

L’Europa, appunto: il grande “malato” di questi tempi, e l’Italia: che, parlandone anche solo dal punto di vista musicale, non sembra godere di grande salute…

«Forse il motivo principale è che nel nostro paese è stata del tutto trascurata l’educazione musicale, molto attiva invece in tanti altri luoghi: vedi Giappone, Cina o Venezuela. L’Italia, paese della musica per antonomasia, vive oggi invece una forte crisi: calano i numeri degli iscritti ai Conservatori, chiudono Orchestre stabili… Le cause a mio parere sono da ricercarsi nella negligenza della politica, e in un sistema scolastico che non prevede la musica come disciplina nella maggior parte dei suoi programmi. Non voglio poi tacere il ruolo dei media, che le danno l’ultimo posto nei palinsesti dei programmi educativi, senza tenere in nessuna considerazione il fatto che, appunto, eravamo il paese della musica!».

Eppure artisti come lei fanno molto per assolvere anche a un ruolo di divulgatori: penso alle sue presenze televisive, autorevoli ma allo stesso tempo “vicine” al pubblico come il programma Rai “Uto Ughi racconta la musica”, o anche, lo scorso anno, a “Stanotte a Venezia” dal teatro La Fenice insieme ad Alberto Angela.

«Sì, penso che sia utile per il pubblico spiegare i pezzi che si eseguono, in modo che, illustrandoli, se ne possa dare una conoscenza più viva e diretta».

In quest’ottica lei è stato ed è protagonista di popolari festival, a Venezia e a Roma, mettendo competenze, tempo e passione a disposizione della musica classica e della sua conoscenza e promozione.

«Quello che non si fa nelle scuole, data la carenza di educazione musicale, devono farlo gli artisti, prodigandosi affinché la miniera inesauribile di capolavori musicali a nostra disposizione venga conosciuta: dal pubblico e soprattutto dai giovani!».

Lei suona due strumenti, il leggendario “Kreutzer”, uno Stradivari del 1701 appartenuto al violinista cui Beethoven dedicò la celebre sonata, e un Guarneri del Gesù del 1744. Che sensazioni le dà posarvi le dita?

«Un'emozione che si rinnova di volta in volta a ogni concerto. Ciò non toglie però che questa emozione non nasconda una profonda consapevolezza: che lo strumento è un mezzo per arrivare a un fine, ma non è fine a se stesso».

Lei è uno dei più grandi violinisti al mondo: un grande risultato raggiunto, e anche una grande responsabilità. Ma cosa si prova ad essere Uto Ughi, e quanto è costato diventarlo?

«Non è semplice rispondere a una domanda del genere, molto personale. Posso solo dire che essere arrivato a certi livelli implica, è vero, un profondo senso di responsabilità e uno sguardo sempre rivolto a chi si aspetta cose positive da me, senza mai dimenticare quindi l’auto-consapevolezza e una severa analisi su quello che si fa».

Parte del ricavato del concerto sarà devoluto alla Fondazione Telethon. Biglietti a 20-10 euro.

Info: 0546 22464
www.emiliaromagnafestival.it

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