JERRY CALÀ

06/10/2018 - 10:15

di CLAUDIA ROCCHI

Romagnoli provate la libidine. Capitoooo?!

Al teatro Verdi di Cesena questa sera con uno spettacolo comico musicale a base di canzoni

Jerry Calà a Cesena: "Romagnoli provate la libidine Capitoooo?!"

CESENA. Dici Jerry Calà e subito si allarga il sorriso, perché Calogero Augusto Calà da Catania, classe 1951, di sorrisi e risate a bocca larga ne ha sollevati tante negli anni Settanta, con lo strepitoso quartetto dei Gatti di Vicolo Miracoli dove Jerry sfornava battute (Capitooooo?!) che diventavano immediati tormentoni. Poi nel 1982 con “Sapore di mare”, “Yuppies”, “Abbonzatissimi”…, divenne una icona di quegli Ottanta con pellicole sulla voglia di “cuccare” e divertirsi.

Alla terza fase d’artista, Jerry sale sui palchi di teatri e locali dove ai sorrisi aggiunge canzoni, tante canzoni. Canta quelle italiane più amate, evergreen dei ’60, ’70, ’80, ossatura del suo concert show “Una vita da libidine” che lo riporta stasera in Romagna. Al teatro Verdi di Cesena presenta uno spettacolo fresco di debutto. La sua empatia conquista, apre bocca e si ritrova il Jerry di sempre.

Dopo il trionfo a Milano, al Verdi di Cesena come rinnova questa sua “libidine?”

«Con nuovi omaggi canori a Patty Pravo, ai Pooh, sono un grande diffusore della musica italiana. Aggiungo aneddoti e sketch come quello sul mio amico Little Tony, canto Rita Pavone. Con stupore mi accorgo che anche i ragazzi quelle canzoni le sanno tutte. Sarà stato un po’ merito del film “Sapore di mare” dove la colonna sonora si basava su quei pezzi indimenticabili. Ma faccio anche molto ridere!».

Dopo tanto cabaret e cinema perché si è inventato cantante?

«Venendo meno il lavoro nel cinema mi sono riallacciato alla mia prima passione, a sedici suonavo nei complessini, ora ho imparato a cantare molto meglio; il mio vero segreto è che non eseguo le canzoni per intero, passo subito a un’altra e la gente si diverte di più».

Come in un grande karaoke?

«No, karaoke no, non accetto. Mi inc… quando dicono che faccio karaoke e piano bar; il mio è uno spettacolo comico musicale in cui faccio cantare il pubblico insieme a me. Il karaoke è un’altra cosa e poi sono stonati quelli che lo fanno!».

Nel video della sua ultima canzone tormentone “Un’altra estate che va” ricorda ai giovani che «prima c’era più contatto e meno chatto». Si sente nostalgico?

«No, io vivo nel presente e sono a disposizione del futuro; da “zio rock” più grande voglio esortare i ragazzi a guardarsi negli occhi, a comunicare anche senza telefonino, altrimenti da social diventa asociale. Ho tanti fan giovani: J-Ax che mi ha chiamato a rappare, Tommaso Paradiso di The Giornalisti mi ha invitato a cantare con lui a Riccione».

I suoi film “vacanzieri” però avevano tanto pubblico ma non critiche altisonanti.

«I critici italiani si sono dimenticati dei generi; se dichiaro il mio film comico demenziale e la gente ride, devi scrivere che il film è riuscito, non che è una ca… Noi facevamo ridere senza troppi problemi, chiamavamo le cose col loro nome, eravamo politicamente scorretti, la comicità è rompere gli schemi!».

Nel frattempo ha girato un film riunendo i Gatti.

«È “2016 Odissea nell’ospizio”, solo che non è ancora uscito in seguito a controversie fra i produttori. Mi sto adoperando per trovargli una collocazione, mi piacerebbe in tivù».

La Romagna è stata per lei e per i Gatti un vero trampolino di lancio.

«Ho vissuto una Romagna fantastica, quella dei festival dell’Unità che negli anni Settanta davano da vivere a tanti artisti; e quella degli spettacoli sulle spiagge. Noi Gatti facevamo base a Cesenatico, all’hotel Internazionale di Giorgio Ghezzi. C’erano Gino Bramieri, Walter Chiari e altri; Ghezzi ci ospitava in cambio di qualche spettacolino nel suo Peccato Veniale. Era bellissimo perché assistevamo anche agli spettacoli degli altri. Che scorribande! Spesso giravo insieme a Ivan Graziani, capitava che lui entrasse a sorpresa nei miei spettacoli e io nei suoi concerti».

Insomma ci sarà una ragione di questa sua estate senza fine?

«Ho pronta la battuta: “Non sono bello, piaccio”. È quello che sono per il pubblico, magari non straordinario, non intellettuale, però vero, spontaneo. Piaccio e credo questa sia la cosa più importante».

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