IL PERSONAGGIO

24/09/2018 - 14:02

di MARCELLO TOSI

Buffalo Bill ad chi sit è fiol: l’America o la Romagna?

Il libro di un ravennate fa luce sulla leggenda che il grande cowboy fosse nato a Faenza

Buffalo Bill ad chi sit è fiol: l’America o la Romagna?

RIMINI. Indigeni che in Romagna hanno dato spettacolo, con i nativi americani del “Buffalo Bill wild west show”, oppure hanno combattuto e sono morti: indiani, maori, gurka. Massimiliano Galanti nel suo “Buffalo Bill, gli indiani d’America e altri indigeni in Romagna” edito dal Ponte Vecchio ne racconta le vicende in un libro appassionante e su storia e presente e cultura di popoli che non hanno mai smesso di lottare per il riconoscimento della loro cultura e dei loro diritti. Ravennate, da oltre trent’anni l’autore si occupa anche nell’ambito di comitati internazionali di diritti dei popoli indigeni.

Galanti, quale furono le tappe del circo di Buffalo Bill e quale fu il successo che gli riservò la Romagna?

‹‹La prima volta che i romagnoli ebbero l’occasione di vedere degli ondiani Americani fu il 9 aprile 1906 quando il “Buffalo Bill’s wild west show” proveniente da Bologna arrivò a Forlì. Fu poi a Rimini l’11 aprile e a Ravenna il 12. In tutte le città dove fece tappa, il successo di pubblico fu travolgente. Anche l’arrivo della carovana con i treni, la movimentazione delle attrezzature e degli animali, nonché l’allestimento delle strutture destinate a ospitare gli spettatori e le rappresentazioni costituiva uno spettacolo prima dello spettacolo e folle di persone si accalcavano, anche in piena notte, per assistere a queste operazioni››.

Perché si favoleggiò a lungo di un’origine romagnola di Buffalo Bill?

‹‹La prima volta che apparve la tesi di Buffalo Bill romagnolo fu il 13 febbraio del 1937 sul “Corriere Padano”. In quell’articolo e nei molti che seguirono si raccontava di una presunta grossa eredità di Buffalo Bill il quale non sarebbe stato altro che tale Domenico Tambini nato vicino a Faenza, fuggito negli Stati Uniti per motivi politici nel 1849 e là morto nel 1911. Quando il “Wild west show” fece tappa a Forlì vi furono dei faentini che credettero di riconoscere alla cassa il Tambini e per ciò stesso lo identificarono con Buffalo Bill. Sembra che tutta questa storia fosse stata suggerita al quotidiano dal regime che aveva bisogno di un eroe nazionale, noto a tutti come “pacificatore" del selvaggio West, come esempio nel momento in cui stava fronteggiando la resistenza etiope. Alla fine del 1941, con la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti, sembra che la censura fascista abbia imposto alla Casa Editrice Nerbini, che pubblicava un fumetto il cui eroe era Buffalo Bill, di evidenziarne l’origine faentina, e quindi romagnola come il duce››.

Quale fu invece l’apporto degli “Indigenous soldiers” alle nostre vicende belliche della Seconda Guerra mondiale?

‹‹Durante la campagna d’Italia furono 37 gli indiani americani, 44 gli indiani canadesi, 1.415 i gurkha nepalesi e 230 i maori che persero la vita combattendo per la nostra libertà. Costituiscono un fatto storico che merita di essere ricordato››.

Quale significato ha assunto per lei l’impegno svolto per la salvaguardia delle culture dei nativi americani?

‹‹Esistono oggi circa 6.000 popoli indigeni e tribali che insieme contano circa 350 milioni di persone. Alcuni popoli sono costituiti da poche centinaia di membri, altri da alcuni milioni. Costituiscono il serbatoio di diversità culturale dell’umanità. Sono occorsi 25 anni di discussioni prima che il sistema delle Nazioni Unite decidesse di adottare, nel 2007, la Dichiarazione universale dei Diritti dei Popoli indigeni che, dopo oltre dieci anni è ancora in larghissima parte non rispettata. Analogamente la Convenzione 169 della Organizzazione internazionale del Lavoro, approvata nel 1989, è stata fino adora ratificata solo da 22 stati. Fra questi non c’è l’Italia››.

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