IL LIBRO

12/09/2018 - 19:30

di GAIA MATTEINI

Può la scienza aiutare la politica? Mettersi in gioco tra populismo e tecnica

«In antichità vigeva un rispetto sacro nei confronti dell’uomo che si dedicava alla conoscenza»

Può la scienza aiutare la politica? Mettersi in gioco tra populismo e tecnica

RIMINI. “Usare il cervello. Ciò che la scienza può insegnare alla politica” (La Nave di Teseo, 2018, pp. 171, euro 16) – ultimo lavoro del giornalista scientifico riminese Marco Pivato e di Gianvito Martino, medico neurologo e direttore scientifico dell’Istituto scientifico universitario San Raffaele di Milano – è un excursus che parte dalle prime indagini sull’anatomia cerebrale umana, per poi attraversare riflessioni, applicazioni e analisi scientifiche, volte a creare un viaggio, che spinge il lettore a interrogarsi sul mistero che da sempre connota l’esistenza: cosa è il cervello, come agisce, come influenza il nostro modus vivendi? E soprattutto: conoscendo i meccanismi di scelta propri della nostra mente, è possibile partire da questa consapevolezza per creare una proficua sinergia con la politica e la gestione del nostro vivere comune?

“Usare il cervello” indaga il rapporto tra mente e comportamento, creando un collegamento tra scienza e humanities, fisiologia ed etica.

Chiediamo a Pivato: quale è stata l’esegesi di questo testo e quale il principale messaggio in esso contenuto?

«La divulgazione scientifica è una operazione intelligente, quando il suo scopo non rimane puramente documentaristico e illustrativo, ma ambisce piuttosto a fare proposte. Molto è già stato scritto sul tema delle abilità cerebrali e sulla teoria delle decisioni, che è parte dell’economia comportamentale. Il mio obiettivo era però diverso, intendevo studiare le scelte come elemento della politica, prima che dell’economia, così – insieme a Gianvito Martino, uno dei maggiori esperti mondiali di neuroscienze – ho scritto il libro, con l’intento di spingere il lettore ad una considerazione: conoscere quali sono i limiti del cervello che valuta, serve, ne siamo certi, a prendere meglio le decisioni».

Nella vostra dissertazione vengono toccati argomenti assai dibattuti: la morte cerebrale, la possibilità di generale un robot consapevole di sé, le più recenti neuroscienze. Quali sono gli scenari della scienza del futuro che maggiormente la affascinano e quali invece sono per lei quelli potenzialmente più pericolosi?

«Gli ambiti più “promettenti” dovrebbero essere quelli che immaginano e progettano gli strumenti tecnologici e medici finalizzati ad accrescere la qualità della vita umana. A fronte di alcune possibilità che sembrano avverarsi – o essersi già avverate – e che vanno peggiorando: la disparità tra ricchi e poveri, il consumo irreversibile delle risorse energetiche e la distruzione dell’ambiente. A spaventarmi, ovviamente, è la possibilità che gli stessi obiettivi siano disattesi».

La teoria Nudge – che analizzate nel testo – dimostra la possibilità di una alleanza virtuosa tra scienza e politica. Pensa che questa “spinta gentile” potrà mai trovare applicazione anche nel nostro Paese, dove la “scienza del governo” pare spesso “questione di pancia”, priva di programmazione e soprattutto della tensione al bene comune così fondamentale all’origine della polis?

«All’estero i principi dell’economia comportamentale sono stati fatti propri – e con profitto – da governi come quello americano, britannico e tedesco, mentre in Italia sembra che il consenso venga prima del bene comune. Le ricette della propaganda servono ad attrarre voti finalizzati a governare e basta, non certo ad affrontare riforme scientificamente studiate, magari anche impopolari, ma efficaci».

In un Paese dove gli scienziati vengono spesso visti con sospetto – finché non si creerà lo spazio per una “terza cultura”, che faccia da ponte tra il mondo degli esperti e il cittadino – è possibile una proficua sinergia tra il mondo della scienza e il mondo della politica?

«Più che visti con sospetto, in Italia gli scienziati sono visti come cui chiedere aiuto quando è necessario, ma da ignorare quando decidano autonomamente di fornire consigli. In antichità invece vigeva un rispetto sacro nei confronti dell’uomo che si dedicava alla conoscenza, come il filosofo e il matematico greco. Non esistevano due culture, l’una scientifica e l’altra umanistica. Poi, dal primo secolo e compiutamente nel primo millennio, le religioni monoteiste hanno reagito contro la scienza – portatrice di valori laici – e si è creata una frattura. Il politico moderno dovrebbe equilibrare le istanze della maggioranza con le opportunità che suggerisce la tecnica, anche quando esse siano impopolari. In altre parole – ed è quello che auspica il nostro libro – mettersi in gioco».

Cosa risponde a chi potrebbe affermare che, credendo in un rigido neurodeterminismo, si giustifica ogni comportamento, ogni azione?

«Negli anni 2000 lo slogan che dissacrava le neuroscienze, all’epoca ancor nuove per il grande pubblico, era “non sono stato io, ma il mio cervello”, critica simile a quelle mosse del secolo precedente nei confronti della psicologia del profondo e della teoria dell’inconscio. Credo che la scienza però si occupi solo di stabilire come accadono le cose, invece giudicarle spetta alla filosofia, in particolare all’etica».

Da dove nasce la sua passione per le tematiche scientifiche e soprattutto per la divulgazione su larga scala?

«Immagino dalla paura. Conoscere perché e come accadono le cose potrebbe servire a rassicurarsi nei confronti di ciò che non si conosce e spaventa. Ma più in generale la conoscenza è funzionale al progresso: quello personale nel mio caso, quello collettivo nel caso dell’umanità».

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