IL SIMBOLO

Turci, felliniano ante litteram con il “suo” Grand Hotel

L’artista che per primo e più di ogni altro ha interpretato l’hotel come una entità fuori dal contesto balneare è sicuramente il santarcangiolese

di SERGIO SERMASI

20/08/2018 - 12:07

Turci, felliniano ante litteram con il “suo” Grand Hotel

Fin dalla sua inaugurazione il 1° luglio 1908, il Grand Hotel diventa il simbolo più rappresentativo della Rimini balneare sia per gli aspetti salutistici che per le feste e gli eventi eleganti che vengono organizzati nelle sue lussuose sale e sulla terrazza. Per la sua inaugurazione è Mario Borgoni a realizzare lo splendido manifesto che lancia Rimini a livello internazionale facendola diventare “L’Ostenda d’Italia”. A quello dell’artista pesarese ne seguono altri, altrettanto prestigiosi che enfatizzano la bellezza dell’edificio, delle attrezzature, della spiaggia, del mare, ma principalmente della mondanità che offre.
Federico Fellini con il film “Amarcord” del 1973 che gli vale l’Oscar per il miglior film straniero, trasforma l’hotel nell’icona popolare della Rimini anche fuori-stagione. Giuliano Geleng lo inserisce nel manifesto del film e lo stesso Fellini ne disegna in più occasioni la facciata ridondante di riccioli, arabeschi floreali, orpelli e sfarzose decorazioni. Trent’anni fa Giulio Cumo (Rimini 1906 -1992) realizza la cartolina celebrativa dell’80° anniversario della sua costruzione con un artwork molto elegante dove la foto d’epoca ricolorata è racchiusa in una cornice di ispirazione liberty. Saranno tanti gli artisti a ritrarre il Grand Hotel , da Milo Manara nel 2004 a Luca Giovagnoli nel 2006, fino alle copertine speciali di “Martin Mystére” pubblicate da Sergio Bonelli.
Ma l’artista che per primo e più di ogni altro ha interpretato il Grand Hotel come una entità fuori dal contesto balneare è sicuramente Giulio Turci (Santarcangelo di Romagna 1917-1978). È del 1952 «quel Grand Hotel screpolato, chiuso e scricchiolante che sembra una regina dei mari in disarmo… In un mesto pomeriggio di novembre, mentre due uomini parlottano indifferenti a quel fasto logoro e muto». Così Gabriello Milantoni, direttore scientifico della mostra “Giulio Turci, dipinti e disegni” a Santarcangelo di Romagna e a Ravenna nell’estate 2001, descrive questa china nel saggio introduttivo del catalogo edito da Ramberti di Rimini. All’inizio degli anni Cinquanta Turci si dedica con intensità e passione al mondo del lavoro disegnandone i protagonisti senza escludere le donne romagnole, partecipanti paritetiche alla fatica dell’uomo. Sempre nel 1952 disegna scenari autunnali dove prosperose pescivendole ben coperte, fazzoletto in testa e “scialletto” sulle spalle, pedalano con il poco pesce esposto sulla cassetta legata al manubrio della bicicletta per andare a venderlo. Figure tanto simili alle celebri “baffone” di Fellini quanto diverse nel loro significato antropologico e sociale. In una occasione, almeno, alle loro spalle si innalza il Grand Hotel, qualche lampione, un giovane aquilonista e tante erbacce che spuntano dalla sabbia. Una composizione che verrà ripresa su tela con poche varianti all’inizio degli anni ’70. Sul tema interviene Milantoni: “Viene il sospetto che il “fellinismo”, inopinatamente citato per Turci da taluni, sia invece un “amacordismo” tout-court , avventatamente evocato dimenticando le date, ma anche rifilato a tutto ciò che fa Grand Hotel, mare a novembre o donne extra-large-size».

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