INTERVISTA A DAVID FRAY

26/06/2018 - 11:00

di SUSANNA VENTURI

«In Bach cerco il “rimbalzo” e in Mozart il “canto”»

Il noto pianista francese ospite al “Ravenna festival” nel doppio ruolo. All’Alighieri dirige l’Orchestra Giovanile Cherubini

«In Bach cerco il “rimbalzo” e in Mozart il “canto”»

RAVENNA. Dal pianoforte a cui siede riesce a tirare le fila dell’orchestra, a indicare ai giovani musicisti il percorso per tentare di avvicinarsi al segreto di autori straordinari, inarrivabili: Bach e Mozart. Autori con cui il pianista francese David Fray si è misurato con acume e determinazione fin dagli esordi di una carriera che lo ha visto esibirsi in tutto il mondo, collaborando con le orchestre più importanti. E che ha scelto di interpretare ancora una volta, per “Ravenna festival”, questa sera sul palcoscenico del teatro Alighieri. È lì che lo abbiamo incontrato, in una pausa dalle prove con l’Orchestra Cherubini con cui si esibirà, nella doppia veste di pianista e direttore, nei Concerti per pianoforte e archi in re minore Bwv 1052 e in la maggiore Bwv 1055 di Johann Sebastian Bach e nel Concerto per pianoforte e orchestra n. 24 in do minore KV 491 di Wolfgang Amadeus Mozart.

Una doppia veste che potrebbe anche far pensare a un futuro di direttore tout court. Lei che ne dice, Fray?

«Proprio non saprei. Quello che certamente vedo è un futuro in cui lavorare con altri musicisti, che sia repertorio cameristico, concerti per pianoforte con orchestra... insomma, tutto ciò che mi consenta di comunicare musicalmente con altri interpreti».

Esibirsi come solista al pianoforte e al tempo stesso dirigere l’orchestra può presentare sia vantaggi che svantaggi. In che modo e misura?

«Credo che i vantaggi superino di gran lunga gli svantaggi. È vero che suonando non posso dirigere con le mani, ma questo costringe i musicisti, che non possono adagiarsi sul gesto del direttore, ad ascoltare con maggior concentrazione: ciò consente la piena integrazione delle diverse linee melodico-armoniche, che così scaturiscono l’una dall’altra. Del resto, quando a dirigere è un grande maestro, allora gli orchestrali sono spinti ad ascoltarsi di più, a scoprire di più... e comunque all’epoca di Bach e Mozart l’unico riferimento era il solista. Certo, il fatto di non avere un “battitore” di tempo può portare a qualche piccola imprecisione, ma non ritengo sia importante: per me quel che conta è la disposizione totale all’ascolto, quindi la continua risposta reciproca tra solista e orchestra».

Lei ha affrontato già più volte, anche in sala di incisione, questi autori, anzi nel prossimo cd interpreterà i concerti a due, tre e quattro pianoforti di Bach.: certo, rivestono un posto importante nella sua visione della musica e dell’interpretazione musicale

«Penso che siano alla base di ogni educazione musicale! Poi si può anche decidere di non suonarli in concerto, è comprensibile: è difficile affrontarli. Mozart, per esempio, è talmente perfetto che per definizione non esiste un interprete che ne sia all’altezza, allora per farlo bisogna armarsi di umiltà. E lo stesso vale per la scrittura di Bach, talmente precisa che ogni nota ha un suo peso e significato. Bach e Mozart: semplificando direi che nel primo cerco soprattutto l’energia ritmica, il “rimbalzo”, l’impulso ritmico, mentre nel secondo cerco il canto... Sono diversi e complementari: Bach, con la complessità del suo contrappunto, è un compositore “mondo”, comprende l’inizio e la fine di tutto, è il perno attorno cui tutto ruota, capace di riunire in sintesi tutti i linguaggi della propria epoca e di segnare tutto ciò che verrà nei secoli successivi; Mozart, invece, dietro l’apparente facilità nasconde sempre un enigma insolubile, che ti sorprende. Penso a questo Concerto, il KV 491, alla frase del clarinetto nel primo tempo che inattesa arriva a esprimere tutta la tenerezza del mondo, ad aprirti un pezzo di cielo che mai avresti indovinato. Beethoven dopo averlo ascoltato disse che non sarebbe mai riuscito a scrivere qualcosa di simile...».

Ha già suonato più volte al “Ravenna festival”: qual è il suo rapporto con l’Italia?

«Beh, mia figlia è per metà italiana e anch’io mi sento un poco italiano. Ravenna poi è la città di mia moglie, mi piace suonare qui. E mi piace questo festival perché capisce gli artisti, li valorizza secondo progetti determinati: in questo caso mi è stato proposto Bach per dar modo ai giovani della Cherubini di affrontarlo per la prima volta, e stiamo lavorando bene insieme... del resto, i giovani hanno sempre quella freschezza e quella voglia di imparare che il tempo rischia di incrinare».

Il concerto al teatro Alighieri inizia alle 21.

Info: 0544 249244
www.ravennafestival.org

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