IL CASO ROUSSEAU

01/06/2018 - 12:12

di GAIA MATTEINI

Dati, privacy, opinioni: «La democrazia diretta è difficilmente applicabile»

Al “Dig festival” il blogger David Puente si confronta con gli autori di “The choice. La scelta”

Dati, privacy, opinioni: «La democrazia diretta è difficilmente applicabile»

RICCIONE. In programma a Riccione da oggi e fino al 3 giugno il Dig festival, kermesse dedicata al giornalismo investigativo.

Domani alle 16, al Palazzo del Turismo, sul tema “L’utopia di Rousseau. Dentro il sistema operativo del Movimento 5 Stelle”, si confronteranno il blogger David Puente (ex Casaleggio Associati) e gli autori della video inchiesta The choice. La scelta, che verrà proiettata in anteprima: Silvia Boccardi, Giuseppe Francaviglia e Giorgio Viscardini.

La piattaforma Rousseau, “creatura” di Casaleggio Associati, è il sistema di voto online che ambisce a essere espressione di democrazia diretta. Strumento fortemente criticato, la Rousseau solleva diversi interrogativi in particolare sulla sicurezza (lo scorso agosto due hacker hanno craccato il sistema), sulla privacy e sulla trasparenza dei fondi (circa 16mila i donatori anonimi dichiarati).

Viscardini, qual è stata l’esegesi dell’inchiesta sulla piattaforma Rousseau?

«Con Davide Ghiglione, Carlo Canepa e Gabriele Rossi siamo partiti dall’idea di fare chiarezza su una storia di cui si sentiva parlare solo come una parentesi di colore nell’universo 5 Stelle. Noi intendevamo mettere in luce un percorso – la Casaleggio Associati, poi il Movimento, infine la Rousseau – che ci permetteva di estendere il racconto a riflessioni più ampie: i rischi connessi a Internet, l’uso dei dati, la partecipazione, il concetto di società, la democrazia, le sue declinazioni, le sue prospettive».

La piattaforma e in generale il sistema di valori su cui è sorto il Movimento 5 Stelle nascono dall’esigenza di avvicinare la politica al cittadino, facendolo sentire partecipe della res publica. Questa esigenza di rinnovata partecipazione è forse indice del fallimento della politica, che non sa farsi percepire come elemento al servizio degli elettori?

«Ritengo che oggi sia evidente lo scollamento tra società e individuo: i bisogni del singolo sono legati all’immediatezza, all’oggi, e si è perso il quadro generale, in cui il cittadino dovrebbe trovare risposta ai bisogni su un piano più grande. All’inverso, partendo dalle necessità del singolo, più legate all’immediato, si rischia che l’obiettivo si allontani inesorabilmente».

Crede che la piattaforma Rousseau possa essere un buon esempio di democrazia diretta?

«Credo che rappresenti il tentativo di trovare una soluzione semplice a un problema complesso. In realtà i problemi dei singoli sono infiniti, la risposta deve essere posta più in alto. Rousseau risponde a un’esigenza comunicativa, a una “messinscena” della realtà, dove però la democrazia diretta diventa difficilmente applicabile, proprio perché la vasta dimensione (fisica e sociale) del sistema in cui dovrebbe attuarsi, ne rende utopistica la realizzazione. Rousseau valica i confini di un circuito chiuso, finendo in un contesto più ampio, amministrativo, istituzionale, e comporta così diversi problemi pratici, relativi all’utilizzo dei dati, alle garanzie, alla privacy, alla tutela delle opinioni espresse, e di chi le esprime».

Rousseau dimostra come ogni aspetto della nostra esistenza debba comunque fare i conti con un mutamento di rotta, in cui la nostra vita passa inevitabilmente attraverso le nuove tecnologie, che a volte facilitano e migliorano il nostro vivere, talvolta creano un ostacolo, forse un pericolo.

«Tutto dipende da come si gestisce il presente. La tecnologia, i social, l’immediatezza dei mezzi di comunicazione e la raggiungibilità di tutto e tutti sono una realtà, che rende sterile pensare a un’inversione post apocalittica della società. Occorre invece comprendere come sfruttare al meglio le possibilità che la tecnologia ci offre, senza rinnegarle o tentare di vivere fuori dal mondo, perché significherebbe non capirlo, e per noi non saperlo raccontare».

È passato da “Vice” a Unozerozerouno: come si è avvicinato al giornalismo?

«Mi è sempre piaciuto raccontare e riflettere non solo sul “cosa”, ma soprattutto sul “come”. L’esperienza maturata grazie a Vice on SkyTg24 è stata fondamentale: ho imparato a pensare, trattare e comunicare in modi diversi. In seguito, l’esigenza di usare il mezzo video per raccontare una storia si è fatta più concreta ed è confluita in Unozerozerouno, casa di produzione fondata insieme a Silvia Boccardi e Giuseppe Francaviglia».

Ma quale ruolo ha lo storytelling visuale nell’ambito dell’informazione?

«L’uso dell’immagine risponde alle esigenze del momento in cui viviamo. L’immagine ha in sé un grande vantaggio: è immediata e riesce ad attirare, trasmettendo un contenuto. In realtà non basta fare video, occorre ragionare e usare il mezzo video al meglio. Sovente in Italia si sottovalutano le potenzialità dell’immagine intesa come contenuto. Raccontare una storia deve essere sempre una presa di posizione, la manifestazione di un’opinione, l’evidenza di uno sguardo. Inevitabilmente».

LASCIA IL TUO COMMENTO >>

Inviaci il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500


TOP NEWS

ARTICOLI CORRELATI

Corriere Romagna (©) - 2018 P.Iva 00357860402
logo w3c