MICHELA MARZANO

11/05/2018 - 13:23

di MARIA TERESA INDELLICATI

«La vita talvolta è impastata di mancanza. L’amore non colma, ma è necessario»

La perdita di una figlia, il dolore immenso di una madre e le parole giuste per raccontarlo

«La vita talvolta è impastata di mancanza L’amore non colma, ma è necessario»

FORLI. Filosofa, psicologa, un occhio attento e sensibile sui temi universali del nostro vivere: Michela Marzano oggi alle 17 presenta agli “Incontri con l’autore” della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì il suo L’amore che mi resta. Direttrice del Dipartimento di Scienze sociali della Sorbona e docente di Filosofia morale all’ Université Paris-Descartes, Marzano è stata corrispondente di Repubblica, mentre nel 2013 viene eletta alla Camera dei Deputati.

Il suo libro parla di un immenso dolore, e di una situazione “innaturale”, quella di un figlio che pre - muore al genitore.

«La vera difficoltà del romanzo è stata trovare le parole giuste per raccontare la storia di questa perdita. Per anni mi sono chiesta cosa sarebbe successo a mia madre se, quella notte di ormai vent’anni fa, invece di risvegliarmi dopo molte ore di coma, fossi morta. Era la fine degli anni Novanta e non ce la facevo proprio a riemergere dalle tenebre in cui ero lentamente precipitata. Dimenticando che, se fossi morta suicida come avevo scelto, non avrei distrutto solo me ma anche mia madre, e se me ne fossi andata via, forse nemmeno mamma ce l’avrebbe fatta. La storia di Daria e di Giada, una madre e una figlia appunto, è nata così, prima di diventare un romanzo non più, e non solo, sulla perdita, ma anche, e forse soprattutto, sull’amore e sulla maternità. Il motivo per cui scrivo infatti è fare ordine e chiarezza per dare una forma a quello che si vive, trovando le parole appropriate per dare un nome a quello che succede, anche quando ciò che accade è irreparabile e all’inizio nessuna parola può neanche lontanamente fare eco a ciò che si prova».

Già dal titolo, del resto, il libro consegna ai lettori piste di lettura.

«È così: “Il cuore si è spaccato e non esiste più nessuna barriera tra me e l’abisso” dice Daria, la protagonista, quando trova la forza per ricominciare a parlare, ma non ancora le parole giuste per dirlo. Deve ancora capire che la vita talvolta è impastata di mancanza: uno sconforto che poi diventa slavina, rabbia e paura, dolore cieco, un vuoto che l’amore non colma, anche se l’amore è necessario, e senza amore si è morti, prima ancora di morire. E deve ancora realizzare, forse per la prima volta, che l’amore, anche se non ripara nulla, è sempre senza confini. Ed è per questo che è perfetto».

Quanto c’è di lei quindi nella faticosissima elaborazione della protagonista?

«C’è molto di me in tutti i personaggi, anche se poi la storia è completamente inventata e io non sono nessuno di loro. Ma quando si scrive, credo che accada a tutti di utilizzare un pezzo del proprio mondo interiore, quello che si è vissuto e quello che si è pian piano imparato. Nel romanzo inoltre c’è sicuramente molto dei miei studi e del mio percorso professionale e universitario, e della mia vita a Parigi. Anzi, se dovessi dire quale attività sento più “mia”, si tratta senz’altro di quella di docente. È quando sono con i miei studenti che sono felice: felice di trasmettere loro valori e di conoscenze, ma soprattutto felice di imparare da loro tante cose».

Ma l’intreccio dei sentimenti sarebbe stato diverso se fosse stato descritto al maschile?

«Quello che volevo raccontare era soprattutto il rapporto tra una madre e sua figlia, provando a dire quanto ciascuno di noi sia fragile, ma anche forte; magari pieno di fratture, ma disposto ogni volta a ricominciare. Anche i personaggi maschili, però, hanno una loro importanza. Andrea, ad esempio, è il primo a capire che un genitore che perde un figlio non può nemmeno essere qualificato: in nessuna lingua esiste un termine per definirlo… Solo in arabo, forse, c’è una parola ormai desueta, di cui però resta traccia in un racconto antico: un guerriero, sfida i nemici affermando che stasera la moglie di quell’uomo sarà vedova, i figli orfani e la madre “thakla”. Come trovare, del resto, una parola per indicare quel caos, quel disordine, quel qualcosa di assurdo e di assolutamente contrario all’ordine naturale delle cose?».

I temi della “maternità” e dell’adozione sono vissuti da prospettive esistenziali, ma anche civili.

«Per quanto riguarda il tema dell’adozione e dell’accesso alle origini, senz’ombra di dubbio. Nel novembre del 2013, la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale parte dell’art. 28 della legge del 4 maggio 1983 sull’adozione, chiedendo al legislatore di introdurre la possibilità da parte dei figli nati con parto segreto di interpellare le madri attraverso il Tribunale dei minori come accade già in Francia, dove pure esiste la possibilità di nascere anonimamente. Questa legge approvata alla Camera, però, dopo aver giaciuto al Senato, non è mai stata approvata. Come si fa però a continuare a negare il dramma di tutti coloro che cercano disperatamente di avere accesso alle proprie origini? In caso di volontà da parte delle madri di conservare l’anonimato, il legislatore non può far nulla per quei figli: ma perché negare loro anche solo la possibilità della speranza?».

L’incontro si svolge all’Auditorium Cariromagna di Forlì alle ore 17

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