INTERVISTA A EVA NEKLAYEVA

22/04/2018 - 11:00

di RITA GIANNINI

Paura, natura, gioco: a Santarcangelo gli artisti si mettono in gioco rischiando

L’edizione del 2018 (6-15 luglio) è ormai definita: oltre 200 gli ospiti provenienti da 5 continenti con oltre 150 spettacoli ed eventi

Paura, natura, gioco: a Santarcangelo gli artisti si mettono in gioco rischiando

SANTARCANGELO. “Santarcangelo festival 2018” è delineato: dal 6 al 15 luglio, oltre 200 gli artisti provenienti da 5 continenti, oltre 150 gli spettacoli ed eventi performativi che strutturano il cartellone, e oltre 200 partecipanti tra cittadini e gente comune coinvolti nel programma e negli eventi. E ancora tanti progetti nati qui, più produzioni e coproduzioni rispetto alla scorsa edizione, molte prime assolute europee.

Confermato il cinema in piazza, con attenzione all’horror più classico, la musica dal vivo in centro storico, il circo “Imbosco” che si arricchisce di musica dal vivo ed eventi performativi come quello di Markus Öhrn, uno dei tre artisti associati – con Motus e Francesca Grilli –, la ripresa di “Wash up!” curato dai giovani direttori, la “Non-scuola” del Teatro delle Albe e “Let’s revolution” della compagna Patalò.

Ce ne ha parlato in anteprima Eva Neklyaeva, direttrice artistica del festival (affiancata dalla cocuratrice Lisa Gilardino) che con lei ha compiuto una vera e propria svolta all’insegna dell’internazionalizzazione e di un forte rinnovamento artistico. Un vitalismo il suo che lei stessa afferma di dover tenere frenato perché le idee sono costrette a fare i conti con i bilanci.

«Il programma già un mese fa era pronto al 200 per cento – ha confidato – poi ho iniziato il lavoro di contenimento».

La sua vita lo dimostra, bruciando le tappe: a 15 anni ha iniziato l’università, a 17 è diventata madre, a 20 ha lasciato la Bielorussia dove è nata e dove vivono i suoi genitori (il padre è il poeta Uladzimir Niakliaeu, candidato alle elezioni presidenziali, perseguitato e imprigionato per la sua opposizione al governo di Lukashenko), a 27, dopo aver diretto già diverse manifestazioni, è stata nominata direttrice del Festival internazionale “Baltic circle” di Helsinki e con il suo innovativo progetto ha vinto nel 2016 la chiamata santarcangiolese. Un destino segnato dall’arte e dalla cultura, «molto presenti in casa nostra con un forte peso specifico» e dalla fortuna, ammette, di essere nata nell’Europa dell’Est «in un momento in cui la storia è diventata molto veloce; i libri di storia ogni anno cambiavano completamente e cambiava il modo di vivere della gente, il nostro mondo si è esteso all’improvviso».

Premesse queste che hanno strutturato il suo bagaglio di doti: acutezza, visionarietà, intuizione, curiosità, determinazione, volontà, divenute sue principali alleate assieme alla preparazione e alla professionalità. Si fa presto a riconoscerle ascoltandola parlare e guardandola dentro i suoi occhi dolci e insieme penetranti, pronti a vedere con sguardo cerviero e a catturare l’alchimia di chi le sta di fronte.

«Io sono abituata a vivere in modo molto veloce, mi sono accorta stando qui che la vita in Italia è molto lenta».

Nonostante questo ama il nostro Paese e Santarcangelo.

«Mi mancano le relazioni e i contatti che ho lontano da qui e della metropoli mi manca l’anonimato, ma il mio è un sentimento ambivalente perché è bello andare al bar ed essere riconosciuti e l’esperienza di vivere in una città dalla forte identità come Santarcangelo mi aiuta a riscoprire me stessa».

Il legame che si è creato è forte e il festival ne risente positivamente, non è un caso che uno dei progetti clou pensati per il 2018 sia costruito per la piazza con la gente del luogo e un altro veda coinvolti gli operatori economici, direttamente protagonisti come mai era accaduto.

Prima di entrare nel vivo del 48° festival, come ha operato la selezione degli artisti?

«È una domanda che mi piace perché permette di spiegare che noi scegliamo gli artisti e non il lavoro. Questo è un festival che si fa con gli artisti e decidiamo insieme quale spettacolo ideare o proporre. Sono molti i fattori che entrano in gioco nella scelta. Io ho una concezione quasi mistica del ruolo degli artisti perché loro sono in comunicazione mentale e fisica col presente al punto da intuire per primi il modo in cui una società sta cambiando. Attraverso ciò che ci restituiscono artisticamente si viene a scoprire il nostro domani. Altro elemento: la mia ricerca va nella direzione di artisti che non sono ancora esplosi o che non girano nei circuiti noti. Ulteriore fattore determinante: mi piacciono gli artisti che si prendono dei rischi, che non si sentono arrivati, che osano, che amano compiere un passo in più fuori da ogni conformismo».

La scelta è stata compiuta anche in relazione con i temi fondativi dell’edizione? E quali sono?

«Certamente, esiste una correlazione. I temi sono più d’uno, e su questi domina un tema-sentimento: quello che si prova nel momento in cui veniamo a contatto con qualcosa che non capiamo, quel preciso amalgama di emozioni che avvertiamo prima di inquadrare il momento in una cornice. Ci interessa la reazione al concetto di paura, incertezza, ignoto. La paura è naturale e ci aiuta a rapportaci con il mondo, oggi invece è usata per manipolarci, sotto il profilo religioso, politico, economico. A noi interessa ricreare il momento in cui la paura è invece eccitante e diventa motore. Questo concetto si integra con l’altra tematica: la natura. In essa c’è un collegamento col riappropriarsi della paura ed è presente in molti lavori così come diversi spettacoli saranno allestiti in mezzo a un bosco, su una spiaggia all’alba, o in campagna. Accanto c’è il tema della giocosità intesa come strategia politica, come metro di misura con cui confrontarsi».

Qual è il progetto clou del 2018?

«Più d’uno, ma ci piace parlare tra gli altri di “Multitud”, della coreografa uruguaiana Tamara Cubas che coinvolgerà 70 persone comuni in 8 giorni di workshop e tre spettacoli serali tra cui l’inaugurazione in piazza Ganganelli, lavoro che riassume il carattere del festival, essendo una vera creazione in loco che mette in sinergia la comunità e gli artisti superando i consueti confini relazionali».

E la novità assoluta?

«Più d’una e tra queste “Crypto ritual”, il progetto creato con Macao, col quale lanciamo una nuova moneta di scambio a tutti gli effetti che si chiama “Santa coin”, e che coinvolgerà oltre 30 commercianti della città, che si occupano di benessere, cura del corpo, nutrizione naturale e che saranno protagonisti delle domeniche in piazza, una maniera di cambiare la percezione del festival e dello spettacolo».

Ci sarà un lavoro che farà scandalo?

«Siamo sicuri che lo troveranno ma noi non sappiamo ancora quale sarà!».

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