INTERVISTA A MARINA MASSIRONI

13/04/2018 - 12:01

di CLAUDIA ROCCHI

L’Otello al femminile, un po’ verdiano un po’ shakespeariano, tutto da ridere

Sabato “Prova d’attore” a Sogliano con uno spettacolo scritto da Lia Celi e diretto da Massimo Navone

L’Otello al femminile, un po’ verdiano un po’ shakespeariano, tutto da ridere

SOGLIANO. È tornata a casa, Marina Massironi; l’attrice milanese dai noti trascorsi con il Trio Aldo Giovanni e Giacomo, ha terminato la tournée di “Rosalyn” in coppia con Alessandra Faiella ed è rientrata nella sua Romagna elettiva. «Evviva! Lo spettacolo è andato bene», dice. Giusto il tempo di godersi le colline attorno a Santarcangelo, incontrare amici, ed eccola di nuovo sabato 14 aprile alle 21 al teatro Turroni di Sogliano per “Prova d’attore”. Presenta “Ma che razza di Otello?” spettacolo con cui si avvicina al melodramma con il suo distintivo stile di ironia e comicità. La regia è di Massimo Navone.

Otello nell’immaginario collettivo è sinonimo di gelosia al maschile.

«In questo caso l’idea nasce dalla musica – ammette Massironi -, e dall’opera omonima di Giuseppe Verdi; alla musica suonata dal vivo si intreccia il testo scritto da Lia Celi che io “eseguo” a leggio».

Aveva voglia di dedicarsi al melodramma?

«I musicisti desideravano realizzare un lavoro sull’Otello di Verdi arrangiando la partitura per trio, in una riduzione elaborata da Augusto Vismara. Mi hanno contattata perché volevano aggiungervi un testo di riflessioni femminili. Io ho chiesto a Lia Celi, bravissima scrittrice umoristica. Lia ne ha tratto un racconto leggero, divertente, con sottolineature che spaziano nell’attualità, in alcuni punti anche severo, strutturato con una narrazione a leggio».

Oggi si diffida del termine “razza” condividendo con Einstein “l’unica razza umana”.

«Qui razza equivale a “che cavolo” di Otello è; essendo un racconto scritto adesso, nel presente, assume anche un significato che sottolinea temi di attualità dell’Otello come appunto è il razzismo, la manipolazione del più debole, il femminicidio».

Cosa c’è in questo racconto?

«C’è Verdi, la genesi del suo Otello, incursioni in quello shakespeariano, riflessioni femminili sulle vicende. È un viaggio nel melodramma, si parla del librettista Arrigo Boito, di voci liriche».

Dove sta l’umorismo?

«La battuta diventa un cortocircuito che passa da mie caratterizzazioni di personaggi come Desdemona e Shakespeare. Non c’è parodia né presa in giro, l’ironia sta nel raccontare in un modo diverso. L’abbiamo presentato anche a un pubblico di melomani, temevamo la loro reazione, invece hanno gradito».

Sarebbe curioso ascoltarla anche in un’aria…

«Fortunatamente il pubblico non dovrà ascoltarmi cantare, anche se la musica fa parte della mia vita. Non ho mai fatto teatro musicale, se non un musical tanti anni fa».

Il leggio può dare l’impressione di una soluzione “facile”.

«Il leggio è come un canovaccio, come un bloc notes su cui si “suona” per dare il senso della vicenda. Qui devo raccontare anziché recitare, ma non per questo è una forma meno impegnativa, anche il comico per arrivare richiede preparazione e lavoro».

Negli ultimi tempi interpreta testi in solo o a due, li preferisce?

«È solo questione di scelta produttiva, di budget, i produttori privati con cui lavoro hanno pochi soldi. Il teatro mi gratifica in ogni caso, lo percorro dagli inizi, mi permette di esserci sempre. Il cinema è più rarefatto, sono pochi i ruoli per una non più trentenne. Le serie televisive impegnano a lungo, ma se capitasse l’occasione mi ci butterei».

Il teatro è sempre presente, lo è anche il pubblico?

«Mi sembra che una volta ci fosse più cultura teatrale, il pubblico partecipa meno, specialmente quello giovane. Credo si perda delle occasioni, non c’è niente altro di bello come il momento unico del teatro che avviene solamente lì. Ed è sbagliato andare a vedere solo ciò che si conosce; è bene avere punti di vista nuovi, aprirsi, scoprire».

Il tema di un pubblico giovane è una questione aperta da anni.

«Perché è demandato ai soli teatri. Dovrebbe derivare da un’educazione più generale, compreso da una educazione scolastica al teatro».

La Romagna, sua patria elettiva, non la tiene lontana dalle metropoli dello spettacolo?

«Sono venuta in Romagna per ragioni di vita, di rilassatezza, per avere un posto dove andare. Meglio trasferirsi dove stai bene, e comunque la Romagna non è terra isolata dalle arti, anche da qui posso seguire quello che succede». Euro 15-12.

Info: 331 9495515

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