DOMENICO QUIRICO

12/04/2018 - 11:00

di SALVATORE BARBIERI

«La Siria? Il mondo è rotolato e noi non ce ne siamo accorti»

L’inviato di guerra della “Stampa” di Torino ospite degli “Incontri del Mediterraneo”

«La Siria? Il mondo è rotolato e noi non ce ne siamo accorti»

RICCIONE. Per la indiscussa competenza che tutti gli riconoscono, l’inviato di guerra della Stampa di Torino, Domenico Quirico, potrebbe tranquillamente fare il mediatore dell’Onu in più di un conflitto mondiale. Ma, per sfortuna dei belligeranti e per fortuna dei suoi lettori, fa un altro mestiere: il giornalista e lo scrittore di reportage e saggi che raccontano gli scenari dell’esodo dei migranti e delle guerre in atto, senza peli sulla lingua.

Leggerlo o ascoltarlo è sempre una lezione, sia per gli addetti ai lavori che per tutti gli altri. E i romagnoli avranno la possibilità di incontrarlo domani, venerdì 13, alle 21 nella biblioteca di Riccione per la serie degli Incontri del Mediterraneo, un appuntamento organizzato dall’Associazione Michele Pulici.

Quirico, intervistato dallo scrittore e giornalista riminese Stefano Rossini, presenterà gli ultimi sui libri: Esodo. La storia del nuovo millennio (Neri Pozza, 2016) e Succede ad Aleppo (Laterza, 2017).

Immigrazione, Siria ma anche Libia, da dove è appena tornato, saranno i temi affrontati dal giornalista rapito proprio in Siria l’8 aprile 2013 e liberato dopo 152 giorni di prigionia. Quirico racconterà come l’immigrazione stia cambiando il mondo, farà il punto sulla attuale situazione in Siria e ripercorrerà le tappe dell’ultimo viaggio che l’ha portato in Libia alla ricerca di un migrante. Inchiesta che uscirà in questi giorni sulle pagine della Stampa.

Chi è

Caposervizio esteri del quotidiano torinese, Quirico nell’agosto 2011 viene rapito in Libia e liberato dopo due giorni. L’8 aprile 2013, mentre si trova in Siria come inviato di guerra, di lui si perde ogni traccia. Viene infine liberato l’8 settembre 2013, dopo 5 mesi di sequestro, grazie a un intervento dello Stato italiano, e riportato a casa.

Nel 2015 con Il grande califfato ha vinto la sezione saggistica del Premio Brancati. Nel 2016 è stato protagonista del documentario Ombre dal fondo diretto da Paola Piacenza, presentato fuori concorso nelle “Giornate degli autori” della Mostra del cinema di Venezia.

Quirico, proprio in queste ore si rischia un’escalation della già fragile situazione in Siria, con la Russia che manovra ai confini e gli Usa che minacciano di intervenire. Che scenario prevede?

«Non sono un analista di geopolitica internazionale, me ne guardo bene. In tanti hanno preso gigantesche cantonate. Ma non credo che succederà nulla di speciale. I due personaggi che più premono, Trump e Macron, sono due chiacchieroni. Sono però anche dei dilettanti e come tali possono provocare grossi guai. Ma immagino che ci sia qualcuno meno dilettante al loro fianco che gli spieghi che non è la Libia di Gheddafi, in cui si poteva rischiare una guerricciola scenografica per mostrare i muscoli. Finirà in niente. Del resto non si capisce perché Assad debba commettere un errore così imbecille, utilizzare i gas chimici contro quattro scalzacani, mentre sta già vincendo...».

Decine di articoli, libri, è stato anche protagonista di documentari. Insomma, sui migranti e le guerre che li generano lei è un vero esperto, non solo uno che ha visto, ma che ha vissuto sulla sua pelle gli eventi che ha raccontato. È mai stato convocato da qualche statista per dare un suo parere su cosa fare, come affrontare la situazione?

«Per fortuna no. Lungi da me “fare” l’esperto. Io abolirei gli editoriali e le analisi del giornali che li hanno portati all’agonia! E non giro il mondo per spiegare agli altri dove andremo a finire. Mi limito a raccontarlo. E qui mi fermo. Faccio il giornalista, non il profeta né la Sibilla cumana».

Lei è un “recidivo” dei rapimenti: nel 2011 in Libia e nel 2013 in Siria. Quali le differenze tra le due esperienze?

«In Libia volevano “solo” linciarmi: erano essenzialmente gli ultimi combattenti, che sapevano di essere condannati all’eliminazione fisica e avevano trovato qualcuno su cui scaricare bestialmente la loro disperazione. E io ero lì perché mi ero fidato di Al Jazeera che parlava di una Tripoli liberata... Nel 2013 in Siria fu invece un sequestro progettato».

Lei ha scritto: «Il mondo è rotolato in modo invisibile, silenzioso, inavvertito, in tempi nuovi». Beh, mica tanto invisibile e silenzioso…

«Per noi sì, non ce ne siamo accorti, anche i sedicenti addetti ai lavoro continuano a credere nella mondializzazione di Marchionne: va tutto bene, abbiamo Internet e WattsApp, che ci manca?... Purtroppo la storia è radicalmente cambiata per l’urto di un fenomeno totalmente ignorato: la nascita del totalitarismo islamico. I pilastri occidentali, la Siria lo dimostra, non reggono più, la potenza degli Usa è in frantumi, non sono in grado di controllare nemmeno quel metro e mezzo di dittatorucolo coreano che vive tranquillo e beato seduto sulla sua atomica: 20-30 anni fa non sarebbe accaduto. Assad ha vinto la guerra, la Russia ricostruisce la sua potenza mondiale e nessuno ci può fare nulla. Noi italiani poi, pensiamo a Di Maio o Salvini...».

«L’Europa – lei sostiene – è visivamente morta, mentre Aleppo è insieme Guernica e Stalingrado, Sarajevo e Grozny». D’accordo, ma è tutta colpa di noi occidentali che ci stiamo divorando il pianeta, che vogliamo vivere sempre meglio, mentre le risorse totali sono sempre le stesse?

«Non so se è tutta colpa nostra. Nel caso di Aleppo sì, Aleppo è morta perché qualcuno l’ha uccisa e qualcun altro è stato a guardare. In questo secondo gruppo sicuramente ci siamo anche noi. Colpevoli di vivere in un mondo declinante e di far finta che siamo quelli di un tempo. Siamo corresponsabili anche delle migrazioni».

In Medio Oriente andiamo avanti ormai da 70 anni. Perché non dovrebbe continuare così anche in Siria?

«E infatti andrà avanti così almeno per altri 30-40 anni. Le guerre del califfato dureranno perché il meccanismo è così ben oliato che va per conto suo e nessuno ha la forza per fermarlo. La guerra si nutre di se stessa».

Lei come vede i grandi investimenti della Cina in Africa? È una strada percorribile per l’emancipazione del continente o solo una nuova forma di colonialismo?

«La Cina finora si è occupata d’Africa per rastrellare risorse e per svolgere attività economica. Adesso è arrivata a quel punto obbligato che ha anche bisogno di controllare i territori. Si spiegano così le loro basi navali in Africa. Finora erano una potenza autoreferenziale, alimentavano il loro sviluppo. Adesso hanno ambizioni di altro genere, da grande potenza militare. Ma l’Africa ha bisogno di altro, ha bisogno di rivoluzioni che solo gli africani possono fare. Solo così si fermano le migrazioni».

Secondo alcuni nel 2050 in Europa ci saranno più musulmani che cristiani. Se fosse vero, questo cosa comporterà per gli europei?

«Parlare in senso generico di musulmani non serve. Chiediamoci invece: quale sarà il loro Islam? Importante sarà fare in modo che coloro che sono di religione islamica imbocchino l’Islam giusto, quello non radicale. Ma se li tieni due anni in un centro di accoglienza, prima o poi si rivoltano e si affidano a cattivi maestri».

In definitiva quelle che si combattono sono tutte guerre che al grande pubblico appaiono lontane, tranne quando arrivano anche da noi con gli attentati. In sostanza ce ne freghiamo finché non ci toccano: una storia vecchia quando il mondo. Lei non è pessimista?

«Sono pessimista perché la mia esperienza è nettamente negativa. Con i miei scritti che cosa ho ottenuto? Nessuna mobilitazione, non siamo più capaci di sollevare le coscienze. La mia generazione si è molto mobilitata, anche per cause sbagliate, ma è sempre un fatto positivo. È suicida fregarsene. Oggi manca la sensibilità personale che diventa fatto collettivo. Sindacati, parrocchie, partiti... non rispecchiano più la sensibilità popolare».

È giusto che siamo noi europei o gli americani o i russi a risolvere le questioni degli altri popoli in Asia e Africa? Quando lo abbiamo fatto, come in Afghanistan o in Iraq, abbiamo fatto dei gran danni, non trova?

«Non è il fatto di non intervenire. Dobbiamo preoccuparci del dopo-intervento. In Libia e Iraq abbiamo spodestato due canaglie come Gheddafi e Saddam. Ma dopo l’eliminazione, li abbiamo abbandonati. Il problema è quello, mentre l’intervento umanitario non è una cosa sbagliata, se ci sono uomini che massacrano altri uomini».

Ma alcuni di quelli che soccorriamo ci accusano di muoverci solo per il petrolio.

«È un’accusa vecchia quanto il terzomondismo finito nella spazzatura della storia. Alcune guerre sono necessarie. La Siria è l’esempio classico: se li fermavi nel 2011, evitavi che oggi ci ritrovassimo con 500mila morti».

Un’altra accusa che viene mossa agli occidentali da un certo Islam radicale è di voler imporre loro il nostro stile di vita.

«Il concetto dell’Islam radicale è un concetto di purificazione del mondo, in cui gli infedeli devono essere eliminati, punto. Quello che trovo abbastanza inaccettabile è lasciare che in alcuni luoghi del mondo la gente muoia. Non è tollerabile. L’Occidente non è il gendarme, ma il diffusore della convivenza pacifica. Questo è il ruolo del capitale. Non rinunciamo al nostro compito nella storia. Non dobbiamo esportare i consumi, ma le buone idee che l’Occidente ha creato. Il resto è tutto accessorio».

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