RITA MARCOTULLI

10/04/2018 - 09:30

di GIANNI ARFELLI

“Amore che vieni, amore che vai”, supergruppo di jazzisti per De André

Questa sera all’Ebe Stignani di Imola

“Amore che vieni, amore che vai”, supergruppo di jazzisti per De André

IMOLA. È un vero supergruppo quello che vedremo al teatro Ebe Stignani di Imola questa sera alle 21.15, nell’ambito del festival jazz regionale “Crossroads”.

Ne fanno parte Cristina Donà alla voce, Fabrizio Bosso alla tromba, Javier Girotto ai sassofoni, Saverio Lanza alle chitarre, Rita Marcotulli al pianoforte, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Cristiano Calcagnile a batteria e percussioni.

C’è buona parte del miglior jazz italiano, riunita per omaggiare Fabrizio De André nello spettacolo dal titolo “Amore che vieni amore che vai”. Non è la prima volta che il mondo del jazz italiano reinterpreta le canzoni del grande autore genovese: l’hanno fatto in passato Danilo Rea, Stefano Di Battista, Paolo Fresu, e alcuni dei musicisti che vedremo a Imola, in formazioni diverse.

Marcotulli, cosa c’è di diverso in questo concerto?

«Lo spettacolo nasce da un’idea di Cristina Donà, e si focalizza sulle donne cantate da Fabrizio De André. Sono donne che hanno avuto una vita travagliata, ma il bello è che De André non le condanna mai, anzi, dà loro una dignità, e le descrive per quello che sono. Ricordiamo ad esempio “La canzone di Marinella” e “Bocca di rosa”. Sono canzoni alle quali sono molto legata fin da bambina, perché mio padre (Sergio Marcotulli, tecnico del suono che ha lavorato con i più grandi autori e compositori di colonne sonore cinematografiche del secolo scorso, ndr) ha registrato tre album di De André: “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, “Storia di un impiegato” e “Rimini”. Andavo spesso in studio con lui durante quelle registrazioni, quindi per me c’è anche un coinvolgimento emotivo particolare, oltre al ricordo della grandezza poetica e della cultura di De André».

Si tratta di un progetto che gira i teatri italiani già da un paio d’anni: ha avuto un’evoluzione lungo il percorso?

«La struttura è rimasta la stessa, ma, essendo un concerto jazz, c’è ovviamente anche una parte d’improvvisazione che lo rende diverso ogni sera».

Il vostro è un vero supergruppo: nonostante nel jazz sia frequente suonare con altri grandi artisti, che sensazione dà essere così in tanti, tutti primattori e nessun comprimario?

«La cosa particolare di questa operazione è che ci sono musicisti più legati al jazz e altri più pop, e io adoro questo modo di mescolarci. Quando si suona insieme, si scelgono musicisti con cui c’è affinità artistica, con cui si ha un’idea comune dell’estetica musicale; in questo caso è più facile, perché, trattandosi della musica di De Andrè, non è necessario fare grandi interventi, solo un lieve arrangiamento. Al di là della grandezza del nome con cui suoni, è necessaria questa affinità, perché di musicisti bravi ce ne sono tanti, ma non con tutti la si trova. È un po’ come in pittura: ci sono tanti grandi pittori, ma se uno dipinge come Picasso e un altro come Caravaggio, entrambe le cose sono bellissime, ma difficilmente potranno lavorare insieme. Con i musicisti di questo progetto siamo un po’ cresciuti insieme, quindi si gioca in casa».

Pensa che questa formula potrebbe in futuro prendere in considerazione altri autori, oltre a De André?

«Non questa produzione nello specifico, orchestrata da Cristina Donà per Ater Teatro, ma in passato, con gruppi diversi, ho lavorato su Lucio Battisti e Domenico Modugno. Per il futuro chissà».

Biglietti a 20 euro. Alle 18 nel ridotto del teatro Pino Ninfa presenta insieme a Franco Minganti il suo libro “Racconti jazz”».

Info www.crossroads.it.org

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