VIOLENZA DI GENERE

01/10/2016 - 19:24

di SERENA DELLAMORE

Guarire gli uomini maltrattanti

Pochi i casi che si presentano spontaneamente: una rete di cura

Al lavoro per guariregli uomini maltrattanti

CESENA. La violenza sulle donne è un fenomeno sempre più diffuso, quasi endemico della nostra società e trasversale fra tutte le classi sociali, etnie, religioni e culture, come si è visto anche dagli ultimi casi in Romagna. Se le donne sono le vittime di questa violenza, a cui spesso assistono i loro figli, sono invece gli uomini che la perpetuano.

Ma chi sono questi uomini?

Di solito infatti si parla delle donne, dei Centri antiviolenza a cui possono rivolgersi, dei percorsi di presa in carico e messa in protezione nei casi più pericolosi. Ma fra i temi emergenti legati alla violenza sulle donne vi è proprio quello di lavorare sugli uomini maltrattanti, violenti.

Nella nostra provincia ed anche a livello di Ausl Romagna non vi è ancora un servizio strutturato per occuparsi di questo problema, come conferma Antonella Brunelli responsabile dell’Unità operativa pediatria e Consultorio familiare di Cesena. «Ma non per questo non ci facciamo carico del problema. C’è un progetto in sospeso, ma nel frattempo l’azienda si prende carico di quegli uomini maltrattanti che arrivano ai servizi o spontaneamente oppure inviati dagli assistenti sociali oppure dai loro avvocati. L’altro fronte sul quale l’azienda sta lavorando è quello poi organizzativo, col mettere a confronto e rendere omogenee le funzioni. Sappiamo come lavorano Cesena ed il Rubicone sulla violenza sulle donne e delle altre realtà vicino sappiamo abbastanza. Si vuole rendere omogeneo il modello di presa in carico e sicurezza della paziente e del paziente, creando una procedura unica, strumenti comuni per l’inserimento dei dati e rafforzare il lavoro in rete».

Da qualche tempo Ausl Romagna si sta occupando, in maniera quasi pionieristica, anche degli uomini maltrattanti che si recano ai servizi. Sono pochissimi casi, come confermano Maria Grazia Montanari assistente sociale e Fabio Sgrignani dirigente psicologo. «Negli ultimi tempi è cambiato qualcosa sul fronte degli uomini violenti: prima non si rivolgevano ai servizi. Lo scoglio più grande è comunque ancora oggi il riconoscimento dello stato di bisogno da parte loro. La violenza - spiega Sgrignani - è una sottospecie dell’aggressività, che fa parte dell’essere umano, ecco perché è trasversale. In passato si rivolgevano ai servizi quegli uomini che si accorgevano che la loro aggressività stava diventando violenta. Oggi arrivano persone più complesse ed i motivi per cui un uomo può essere violento sono tanti. Può esserci una malattia mentale ed allora si collabora col Centro di salute mentale. Oppure possono fare uso di sostane stupefacenti e alcol, visto che è tipico dei cocainomani e degli alcolisti essere violenti per gelosia, ed in questi casi si collabora col Sert. Poi ci sono quegli uomini che accedono ai servizi “di sponda”, magari avviati dall’avvocato o dall’assistente sociale del Consultorio familiare. Questi uomini possono essere violenti per un retaggio culturale: per esempio, abbiamo avuto a che fare con un signore che si vergognava di essere violento con la moglie ed essendo lui non romagnolo non si sentiva accettato socialmente qui da noi, mentre nella sua regione di origine la violenza era più comune. Poi ci sono uomini violenti a causa di una forma di analfabetizzazione emotiva, per cui per loro emozioni come rabbia, passione, gelosia ed amore si sovrappongono: su di loro bisogna lavorare sulle emozioni. Ci sono anche quelli che hanno bisogno di un possesso, sono molto infantili, sono quegli uomini che dicono “Tu devi darmi” e se la donna non lo fa, da oggetto buono diventa oggetto cattivo. Infine, c’è chi ha una bassa soglia di frustrazione e tende ad agire più frequentemente in modo violento».

Sgrignani spiega poi come per tutti questi casi si debba lavorare in maniera diversa, non mettendo in atto un intervento di coppia, ma preparando gli uomini a lavorare sulle loro emozioni, sulla separazione, sui loro retaggi culturali. «A seconda delle categorie si mettono in atto strategie diverse. Noi operatori ragioniamo sempre in termini di comportamento, non si hanno persone buone o cattive. Spesso quando chiedo a questi uomini cosa pensano che abbia provato la loro moglie quando l’hanno aggredita, sbiancano perché c’è inconsapevolezza emozionale di cosa provoca il loro comportamento. Vanno educati all’empatia. In ogni caso accogliere un uomo maltrattante significa non farlo sentire giudicato, senza però cadere nel tranello dell’alleanza maschile o del minimizzare quello che è successo».

Il ruolo degli operatori è in ogni caso fondamentale, come lo è quello del Consultorio familiare, che si occupa della presa in carico della donna vittima di violenza ed in alcuni casi anche dei loro compagni. «Nel territorio cesenate la presa in carico delle vittime della violenza viene fatta dal Consultorio familiare, che per suo mandato si occupa di problematiche di coppia a 360° e quindi effettua una valutazione complessiva della coppia anche in queste situazioni - conclude la Montanari - E se un uomo chiede di essere ascoltato, viene accolto. A volte si tratta di disperati, che non capiscono cosa stia loro accadendo con la loro partner, che per 20 anni ha subito violenza e poi li denuncia, mentre per loro il maltrattamento è sempre stato il modo normale di rapportarsi con lei. Altri vivono situazioni talmente a rischio da richiedere particolari attenzioni per l’incontro, ma tutti devono essere ascoltati, anche quelli più difficili».

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