In pieno centro a Forlì le tracce dei Templari

Mer 13 Marzo 2019
Redazione Web


FORLÌ. «I Templari li ho incontrati molto semplicemente facendo zapping in televisione e guardando un documentario. A quel punto è stato come sentire una sorta di chiamata e ho iniziato a studiarne la storia fino a diventarne, a livello locale, responsabile».

La “chiamata”

Marco Mannelli, 56 anni, forlivese, presidente di Confartigianato Servizi e imprenditore titolare della Esa Ecoservizi ambientali specializzata nello smaltimento di rifiuti speciali, spiega così l’incontro che ha finito per cambiare la sua vita e quella dei suoi famigliari. «Davanti a quella televisione mi sono trovato quando fui costretto a restare a casa per colpa di un ginocchio gonfio, per il quale nessuno era stato in grado di farmi una diagnosi. Ecco, come cattolico, praticante e credente, credo che ci sia stata una volontà superiore a indirizzarmi».

Viaggio nella Rete

Da quel momento l’imprenditore ha iniziato a documentarsi, scoprendo un mondo fino a quel momento a lui sconosciuto.

«Mi sono messo a studiare e in Rete ho trovato l’Associazione cattolici templari intesi come difensori dei luoghi di culto. La Casa madre si trova a Verona nella chiesa di San Fermo Inferiore. Associazione a matrice cattolica con una organizzazione che richiama l’Ordine cavalleresco. Nell’aprile di due anni fa, poi, ho dato vita alla cosiddetta Lancia di Forlì (il gruppo locale ndr) che dipende dalla Commanderia di San Marino rapportandomi direttamente col vescovo monsignor Livio Corazza, che ha accolto di buon grado l’iniziativa ricordandosi che anche a Pordenone, da dove proviene, c’è una grande presenza di Templari.

Ci ha affidato alle cure spirituali di don Andrea Carubia che regge l’antica Pieve di Pieveacquedotto che due di noi, a turno, tengono aperta a visitatori e fedeli dalle 15 alle 18 la domenica, presidiandola e custodendola. Ma dallo scorso ottobre siamo anche a San Mercuriale, dove abbiamo svolto vari servizi per l’abate don Enrico Casadio».

Fede e rituali

«È la fede che mi spinge a impegnarmi – sottolinea Mannelli – e, dopo un iniziale scetticismo, ho coinvolto anche la mia famiglia dove mia moglie Maria Rosa e mia figlia Elisabetta, così come il suo fidanzato, stanno vivendo il noviziato. È un percorso non certo facile e ricco di privazioni. Cardine assoluto è la preghiera.

Riprendendo l’antica regola monastica, infatti, ci sono eventi come la veglia d’arme – che segna i vari passaggi di grado: da novizio ad armigero e cavaliere – che comporta tre giorni di digiuno a pane e acqua e una notte intera di preghiera. E poi le notti di tregenda (8 all’anno nel calendario liturgico a seconda della disponibilità dei templari ndr), veglie fino alle 2-3 di mattina per contrastare il contemporaneo svolgimento di messe nere. Nessuna rievocazione storica ma una testimonianza silenziosa che vuole invitare e stimolare tutti a riflettere sulla fede».

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