Alpinisti morti sul Nanga Parbat, Nardi aveva raccontato a Forlì "l'impresa possibile"

Lun 11 Marzo 2019
Redazione Web


FORLì. «Mia moglie sa che mi deve lasciare andare perché è consapevole dell’importanza che ha per me questa sfida». Una frase, quella detta nel novembre scorso da Daniele Nardi – il 42enne alpinista italiano morto nei giorni scorsi sul Nanga Parbat in Pakistan insieme al compagno inglese Tom Ballard – a margine dell’incontro che lo aveva visto protagonista in sala Randi, che racchiude tutta il coraggio dell’uomo e la determinazione nel raggiungere un traguardo che nessuno aveva mai tagliato: issarsi fino agli 8.126 metri di quella vetta in pieno inverno.

Il ricordo

«Suo figlio Mattia era nato il 21 settembre e mi è venuto spontaneo chiedergli come facesse a partire lasciando a casa lui e la moglie – ricorda Marco Viroli, che di quell’incontro che faceva parte del ciclo “Figurine di sport”, promosso dalla Fondazione Myriam Zito Sacco, era appena stato il moderatore –. Ma era una persona che inseguiva un sogno che nessuno aveva ancora concretizzato. Era in forma, preparato e deciso, al punto che arrivò in ritardo alla cena, dopo l’iniziativa, perché in albergo aveva fatto alcuni dei suoi quotidiani esercizi fisici». Diverse decine di persone avevano affollato la sala del Municipio quel giorno. «Tutte rimasero molto colpite – prosegue Viroli –. Fece vedere le immagini di altre scalate e comunicò alla platea il suo incredibile amore per la montagna. La sera, quando ci salutammo, decidemmo di rivederci per raccontare quell’impresa che stava inseguendo. Purtroppo è andata male».

Consapevolezza

«Nardi sapeva perfettamente quanto fosse difficile affrontare un’ascesa al limite delle possibilità umane, ma era certo di farcela – prosegue Viroli –. Così come era conscio degli enormi pericoli, di cui parlammo anche quella sera ricordando la spedizione del giugno 1970 quando Reinhold Messner raggiunse la vetta del Nanga Parbat insieme al fratello Günther che, però, sulla strada del ritorno fu travolto da una slavina. Lo stesso Reinhold cercò il fratello per tre giorni, invano, rischiando a sua volta di morire congelato».

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