La scrittrice Premio Pulitzer Jhumpa (il vero nome in realtà è Nilanjana Sudeshna) Lahiri, su invito della Fondazione Cassa dei Risparmi, presenta oggi venerdì 22 marzo a Forlì (ore 17) all’Auditorium Intesa San Paolo di via Biondo Dove mi trovo, prima sua opera in lingua italiana. La scrittrice di origine indiana sarà poi domani sabato 23 alle 11 alla Biblioteca Classense di Ravenna.

«Questo libro – spiega la scrittrice che da esordiente nel 2000 si aggiudicò il prestigioso Pulitzer con il libro di racconti Interpreter of maladies – nasce dalla lettura di autori come Calvino di Palomar o Parise dei Sillabari, ma anche Clara Sereni: scrittori che hanno raccontato il mondo in forma ibrida, fra racconto e romanzo. Dove mi trovo infatti è un romanzo che è un mosaico composto di episodi, una forma narrativa diffusa del resto in Italia e anche in Francia. Il tessuto dei miei libri in inglese era più denso: questo invece è arioso e lirico, con cadenza e timbri che guardano alla poesia».

E questa differenza è dettata dall’aver adottato la lingua italiana?

«Sì, questa strada linguistica mi conferisce un nuovo sguardo, un nuovo approccio, anche stilistico, nuovi strumenti che uso per gestire una lingua non mia, e che si manifestano anche nella struttura del libro».

Questo è il suo primo lavoro in italiano. Ne ha altri in preparazione?

«Un racconto che sta per essere pubblicato su “Nuovi argomenti” e che ha invece una tonalità più tradizionale, più simile a quella delle mie opere in inglese, con una struttura lineare e meno onirica».

Colpisce infatti in “Dove mi trovo” il dipanarsi di capitoli ognuno dei quali appare come un frammento di sguardo della protagonista, sempre sospeso fra realtà e, appunto, sogno.

«Perché questo è un progetto nuovo, al centro del quale sta la mia scoperta di una nuova lingua, ma anche la volontà di cambiare e sperimentare una diversa prospettiva nei confronti delle cose, e naturalmente del modo di raccontarle».

Cosa c’è di Jhumpa Lahiri nella protagonista?

«Nulla: è un personaggio inventato, una donna che orbita in un suo mondo, fra il viaggio e il senso del radicamento. Da qui nasce il suo conflitto interiore, dal legame che ha con i diversi luoghi in cui si svolge la sua vita ma che attraversa come fosse un’ombra, mentre il libro la segue».

Infatti sembra quasi di percepire l’occhio di una telecamera che segue la protagonista per le strade, in piscina, nei tanti luoghi che sfiora: cosa implica la scelta dell’oggettività e dove la porta?

«Questo libro, oltre a essere il mio primo tentativo di scrivere in italiano, mi insegna cose diverse: non mi pongo però l’obiettivo di una “tesi”. Scrivo. Scrivo e basta, tento di portare avanti progetti, alcuni dei quali si realizzano e altri no, senza però l’intenzione coerente di raggiungere un obiettivo, alla ricerca di una “leggerezza” nella scrittura e nella vita».

È come se lei portasse anche nella scrittura il suo appartenere a mondi e dimensioni diverse.

«La mia esperienza di vita mi rende una creatura “trasversale”, senza nessun punto di origine preciso o definitivo. Mi muovo, mi sposto, mi faccio domande, sono sempre a cavallo fra varie realtà, lingue, città… e non conosco altro modo di essere. Forse per questo è anche difficile spiegare me stessa, ma so per certo che non aspiro a nessuna autorevolezza e neppure a nessuna identità definita. Molti condividono questa stessa condizione, del resto, da sempre la gente si è mossa, ha cambiato luogo e conosciuto nuove realtà, e questo la porta inevitabilmente a prospettive di questo genere».

Da Londra, dove lei è nata, la sua famiglia si è trasferita negli Stati Uniti, e lei ora vive a Roma: che incontri sta facendo nel nostro Paese?

«L’Italia mi sta offrendo aperture e chiusure, tanto affetto, amicizie, ispirazione e occasioni, una nuova lingua, e una nuova cultura. Mi sento rinata, e scopro un mondo spesso ospitale, a volte no, ma che verso di me e il mio percorso si mostra aperto e accogliente, e mi fa sentire benvenuta, pronta per nuove sfide che non ho paura di raccogliere».

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